10/01/2021 06:00:00

Sciascia 2021. I ricordi di Anna Maria Sciascia: "Mio padre, un uomo generoso"

di Marcello Benfante e Marco Marino, con le fotografie di Angelo Pitrone

In questi trent’anni senza Leonardo Sciascia, trent’anni di sete (per riprendere una suggestione tratta dai versi di Nino De Vita) della sua parola, delle sue verità, sebbene aspre, Anna Maria Sciascia è sempre stata, nella dimensione pubblica, una presenza appartata e discreta. Una presenza vigile, sollecita, solerte caratterizzata da una particolare dolcezza e gentilezza.

Una presenza che, forse senza nemmeno supporlo, ha parzialmente colmato un vuoto, almeno affettivo, contribuendo con brevi interventi o sobrie scritture (o interviste come questa) a mantenere viva la memoria del padre che la sua stessa fama rischiava ogni momento di consegnare all’oblio.

E certo non deve essere stato facile nemmeno per Anna Maria coesistere con la fama ingombrante di un così illustre padre. Una fama da tutelare con amore senza, al tempo stesso, farsi schiacciare dalla sua mole, dalle sue lusinghe.

Sicché ci è sembrato opportuno rivolgerle delle domande più per capire l’uomo, la figura paterna, che per indagare lo spettro del grande scrittore. E più ancora capire la figlia, come persona, che non l’impossibile interprete vicaria del pensiero dell’intellettuale assente. Che è anche questo un modo di ripensare a Leonardo Sciascia senza retoriche e mitologie.

Vorremmo cominciare la nostra conversazione chiedendole del successo di Sciascia, di come era percepito a casa vostra. Voi avete avuto modo di conoscere Sciascia agli albori della sua carriera di scrittore e all’apice della sua fama. Come avete vissuto questa transizione?

Non abbiamo avvertito un grande cambiamento in casa. Certo, ci accorgevamo del successo di mio padre, ma veniva vissuto con naturalezza. All’attenzione e alla stima nei suoi confronti eravamo già un po’ abituate, anche prima della grande fama.

Sì?

Sì, mio padre ha sempre avuto tanti amici, tante persone che lo apprezzavano. A Racalmuto era maestro, mia madre pure era maestra, le zie materne e paterne erano maestre: quindi, in paese eravamo molto conosciuti. Ma la stima e l’affetto erano legati anche alla sua generosità: ad esempio, mi ricordo che dava moltissime ripetizioni a giovanotti che dovevano sostenere gli esami di maturità o un concorso, e non si faceva mai pagare. E allora succedeva che quando c’era la festa del paese, e io e mia sorella andavamo per le bancarelle, tutti a Racalmuto volevano farci dei regali, comprarci i giocattoli. Che erano doni preziosi, a quel tempo, non era come oggi, i giocattoli non c’erano tutti i giorni. Mio padre prima di uscire di casa ci diceva con voce severa: «Non vi dovete far comprare niente». Ecco, anche per queste piccole cose ho sempre creduto che mio padre fosse un uomo molto amato.

Com’è stato trascorrere l’infanzia a Racalmuto?

Spesso mi capita di dire che sì, è vero, sono cresciuta a Racalmuto, ma all’interno di quel contesto casa nostra era diversa. Come posso spiegarle bene? Si respirava un’altra aria. Intanto, noi eravamo consapevoli di essere una famiglia privilegiata. In paese c’era una povertà tremenda: da piccola vedevo le persone camminare in inverno senza scarpe. Noi avevano la sicurezza del lavoro di mio padre e di mia madre, avevamo i libri, viaggiavamo. Anche nell’estrema provincia siciliana, avevamo l’occasione di maturare una mentalità aperta.

Ci ha colpito un aggettivo che ha usato, casa vostra era «diversa».

Le famiglie che custodiscono la libertà intellettuale come valore fondamentale sono diverse. E questo è stato un grande insegnamento che mi hanno trasmesso i miei genitori. Con orgoglio possiamo dire di essere sempre rimasti immuni dalle mode. Da ragazza tutti i miei coetanei non desideravano altro che la Cinquecento o la pelliccia. Io la pelliccia non l’ho mai desiderata. In questo senso di libertà, forse, si traduce la diversità della nostra famiglia.

Abbiamo appena superato la ricorrenza del centenario della nascita di Leonardo Sciascia, l’8 gennaio. Un autore interamente del secolo scorso, che è quindi ormai un classico anche anagraficamente. Secondo lei, resta un autore attuale? O uno di quelli che si tenta di celebrare per archiviarlo?

Penso che sia un autore sempre attuale, per molti ancora scomodo. Che viene tirato continuamente verso destra o sinistra secondo l’opportunità del momento da gente superficiale e spesso lontanissima dal suo pensiero, che usa il suo nome come scudo.

Le ricorrenze, i numeri tondi, ci hanno incuriositi sul rapporto tra Sciascia e i numeri. C’è un racconto in versi di Nino De Vita, intitolato A data ri ddu jornu, in cui Sciascia evita sempre di scrivere il numero diciassette nelle dediche. Lei ha memoria di questa sua conflittualità con certi numeri?

Col tredici, soprattutto. Infatti, a tavola in tredici mai. Raccontava sempre di una tavolata di suoi amici romani che si erano seduti in tredici e pochi giorni dopo uno era morto. Ne rimase molto impressionato. Nel 1985 si festeggiava il compleanno di mio figlio Vito e io non avevo fatto caso al numero dei commensali che erano tredici appunto. Ha accettato l’invito soltanto quando si è trovato il quattordicesimo. Del diciassette, invece, l’ho appreso dal racconto di Nino De Vita. La nostra famiglia ha un forte legame con quel numero.

Perché?

Per la sorella di mio padre, mia zia Anna, il diciassette era un numero fortunato. Il diciassette maggio è San Pasquale, l’onomastico di mio nonno. E la zia Anna diceva che era il nostro numero fortunato perché il nonno ci avrebbe aiutato. Infatti, quando mia sorella Laura si ritrovò di fronte un difficilissimo esame di latino scritto, lo superò proprio il diciassette maggio.

Più volte ha confessato che il libro di Sciascia che più ama è La Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. Possiamo chiederle il motivo?

Perché è pieno della sua religiosità. Quei dialoghi così toccanti … Così vicini a quello che ho sempre pensato essere il mondo interiore di mio padre. Che ho sempre visto come una persona profondamente religiosa. Mentre la stava scrivendo, La Recitazione, ne parlava tantissimo. Ce ne raccontava la storia con enorme entusiasmo. Quindi, l’abbiamo vissuta in presa diretta, tutti insieme, alla Noce. È stata l’ultima cosa che mio padre ha scritto nella vecchia casa. E quando l’ha finita, il suo amico Aldo Scimè, che aveva una voce bellissima, l’ha letta davanti a tutti noi. Non posso dimenticare la poesia che percepii quella sera, nella vecchia casa della Noce, che per me resta il luogo più poetico della mia vita. E c’è poi un altro motivo ancora.

Quale?

La Recitazione è un libro dimenticato. E in particolare è dimenticata la sua dedica, a cui mio padre teneva molto: «ad Alexander Dubček». Il Dubček che vide la sua Primavera di Praga schiacciata dalla potenza russa. Ecco, mio padre voleva provare a descrivere questo, lo spirito di un gruppo di uomini che aspirano a raggiungere la libertà, ma sono costretti a tornare indietro. Dopo che mio padre morì, Dubček venne in Italia. E mi sono sempre chiesta se sapesse, che papà gli aveva dedicato la sua Recitazione.

Questa immagine di Sciascia che vi racconta con entusiasmo di cosa sta scrivendo è davvero molto bella. Succedeva spesso che vi raccontasse dei libri che stava scrivendo?

Magari non diceva che era quello di cui stava scrivendo, ma parlava moltissimo dell’argomento che stava indagando. Mio padre parlava moltissimo. Era un chiacchierone. Non era affatto come viene dipinto: taciturno, introverso. A casa era incredibilmente loquace.

È un volto di Sciascia che spesso ci sfugge. È vero che era pure un ottimo cuoco?

Quando mio padre ripeteva «Non faccio niente senza gioia» era assolutamente vero. Una delle cose che gli piaceva di più fare era cucinare. Cucinava sempre, improvvisando, e restava molto male se qualcuno non mangiava ciò che aveva preparato. In campagna faceva le uova con il pomodoro e il “pitagio”, ma poi amava preparare il rognone al cointreau e la salsa con l’aragosta. Ma faceva tante altre cose con gioia. Raccoglieva le verdure in campagna, incorniciava i nostri quadri…

È stata una figura molto presente nella vostra quotidianità.

È stato molto papà e molto nonno. Vi racconto due episodi. Il primo risale a pochi giorni prima della sua morte. Era il primo novembre del 1989, mio padre improvvisamente ricordò che era il mio compleanno e si crucciò di non aver potuto come sempre comprare un regalo. Dopo qualche minuto, il suo volto si illuminò e disse a mia madre: «Maria, piglia quei cucchiai d’argento che ho comprato da non molto e dalli ad Annamaria, non voglio che questo giorno passi inosservato». Il secondo è un ricordo di mio padre da nonno.

E com’era Sciascia da nonno?

Io e mio marito lavoravamo; allora quando il nostro primo figlio, Fabrizio, era piccolo lo lasciavamo col nonno. E mio padre si divertiva a fargli vedere la Divina Commedia illustrata da Dorè, gli leggeva tante storie. Il bambino, infatti, consolidò presto un linguaggio forbito, di cui mio padre si compiaceva. Una volta, andarono insieme a Villa Sperlinga, qui a Palermo, era pomeriggio. Mio padre, a un certo punto, disse a Fabrizio: «Andiamo a casa». E il bambino rispose: «Nonno, aspettiamo che scendano le ombre della sera!». Mio padre tornò a casa tutto contento: «Annamaria, senti come parla Fabrizio!». Che bello… Questa è stata la cosa più bella che mi poteva capitare, avere questo papà così.

Vorremmo rivolgerle un’ultima domanda. Ci sono, a suo parere, voci autorevoli che possano svolgere una funzione culturale e civile paragonabile a quella che svolse suo padre per tanti anni?

Non so giudicare, ma cito Federico Garcia Lorca: «Tarderà molto tempo a nascere, se nasce…».



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