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24/10/2023 06:00:00

Messina Denaro: "Per quindici anni ho vissuto all'estero". "I Brusca? Gentaccia"

 “Non sono creduto ma io dico le mie verità”, così il boss Matteo Messina Denaro, il 16 febbraio scorso ad un mese esatto dal suo arresto avvenuto nei pressi della clinica La Maddalena di Palermo, in video collegamento davanti al gip Alfredo Montalto e ai pm Giovanni Antoci e Gianluca De Leo che lo interrogano. Messina Denaro sembra a tratti avere voglia di raccontare, ma è la sua strategia, quella da un lato di parlare e dall’altro di depistare.

Messina Denaro nega e ammette, allo stesso tempo. A tratti sembrava “giocare”, quasi prendere in giro i giudici. Ha detto di avere una condizione di vita ottima, “non mi manca niente”, poi però alla domanda: beni patrimoniali? prima risponde nessuno, poi, subito dopo, dice: “anzi li ho”.

Il gip Alfredo Montalto lo ferma gli chiede di una vecchia estorsione e Messina Denaro va oltre e gli puntualizza di non essere stato lui ad uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo. “Sono stati i Brusca", che definisce “gentaccia”. Il giudice gli chiede della missione di morte romana contro Giovanni Falcone e Maurizio Costanzo. Messina Denaro nega, ma dice di essere stato di casa a Roma. Ha raccontato di aver avuto una barca ad Ostia. Ha negato di conoscere Totò Riina e i fratelli Graviano, ha ammesso di conoscere i pentiti Sinacori e Geraci, ha negato ogni coinvolgimento suo e dei trapanesi in via Dei Georgofili mentre ha accusato i palermitani di aver piazzato una bomba sapendo di compiere una strage. Ha parlato della sua latitanza, di essere stato all’estero dal 2005 al 2015 e della sua ricchezza, di chi lo ha aiutato, senza fare nomi, e della sua “presunta” integrità morale.


Gli affari con il suo amico gioielliere Geraci - 
Messina Denaro ha confermato ai giudici di aver conosciuto Francesco Geraci, il gioielliere che custodì l’oro di Totò Riina, amico d’infanzia e complice di Matteo Messina Denaro, divenuto collaboratore di giustizia e morto pochi mesi fa ucciso dalla stessa malattia del boss. Gli inquirenti sono certi di avere identificato l’identità di “Malato”, il nome in codice usato nei pizzini del boss, sarebbe Andrea Geraci, fratello di Francesco Geraci.

Così sulla gioielleria risponde il boss, morto il 25 settembre scorso: “La gioielleria la fece un suo fratello che si chiamava Andrea, dico si chiamava perché è morto nel frattempo. Ad un tratto lui mi disse che volevano ingrandirsi se io volevo partecipare anche perché avevano bisogno di liquidità… non era una gioielleria, era un deposito all’ingrosso di oreficeria, cioè da noi non veniva, da loro non veniva il privato al dettaglio e si comprava la collanina, da noi compravano le gioiellerie le oreficerie che poi vendevano al pubblico. L’oro a quei tempi si comprava a Vicenza, ad Arezzo e si comprano 20 chili, 30 chili, 15 chili non è che compravamo noi la collana di 100 grammi”. Poi con il pentimento di Geraci si interrompe la società.

Il poker e il baccarà in un circolo di Mazara - Messina Denaro parla di un periodo in cui giocava tanto in un circolo di Mazara del Vallo e lo racconta così ai giudici “si giocava forte a tutti i giochi e in questo circolo di Mazara… eravamo un centinaio di persone sempre le stesse facce che giocavamo, parlo di poker, di baccarà”. Tra coloro che frequentavano quel circolo c’era il boss poi divenuto collaboratore di giustizia, Vincenzo Sinacori.

Il periodo in cui si è dedicato solo a proteggere la sua “libertà” - Messina Denaro dice ai giudici che si sentiva accerchiato dal 2005 in poi. Da quel momento e per quindici anno non ha pensato ad altro che a mantenere la sua libertà. “Negli ultimi 15 anni dal 2005 non mi posso muovere più nella maniera più totale. Sono circondato dappertutto… se io ho la mentalità di continuare o di fare soldi vado a sbattere nel giro di una settimana perché per fare queste cose devo stare a contatto con persone – racconta Messina Denaro – io invece in questi anni mi sono soltanto dedicato a non farmi prendere, a proteggere la mia libertà, perché era un mio diritto restare libero, secondo il mio punto di vista, come essere umano quindi si figuri se andavo a pensare di fare affari con qualcuno anche perché io di mio vivevo già abbastanza bene”.

“Sono andato via” - La decisione di andar via, ecco come la spiega ai giudici: “Quando vidi tutta questa pressione attorno a me, me ne andai. Ho fatto un ordine nella mia mente nel senso le cose più importanti e le cose meno importante. La cosa più importante dal mio punto di vista mi risulta essere la mia libertà, in quel momento ho deciso di andarmene perché capivo che non potevo durare, se cercavo di fare soldi, non potevo durare per un altro motivo perché non c’era più la qualità delle persone in giro mi spiego”.

“Ero all’estero, ma tornavo” - Messina Denaro nel suo racconto ai giudici dice di aver vissuto all’estero per quindici anni ma che tornava ogni tanto per brevi periodi. “Tornavo per i miei familiari, perché io i contatti con la mia famiglia non li ho mai persi, perché quella è la mia famiglia. Però me ne sono andato e ogni tanto venivo, stavo una settimana, 15 giorni, un mese e me ne riandavo e ho fatto 15 anni così. Ero all’estero signor presidente, me ne sono andato all’estero per circa 15 anni ho fatto questa vita tornavo. Cioè la mia vita me la svolgevo là, qua non mi interessai più di niente, io no in Sicilia e nemmeno in Italia perché sappiamo che andavo a sbattere, che senso ha per me che voglio restare libero”.

“All’estero alcune persone mi hanno aiutato e hanno cose mie” - Messina Denaro alla domanda dove è stato all’estero non risponde, ha detto che ci sono persone che lo hanno aiutato ma non dice chi sono per non “infamarli”. “No, no non lo dico chi sono. Ci sono persone che mi hanno aiutato, ci sono persone che hanno cose mie, ma più che altro che mi hanno aiutato e io non ho mai infamato nessuno e morirò senza infamare nessuno, questo è Messina Denaro”.

Nega gli affari con le pale eoliche, conferma quelli con i supermercati - Messina Denaro nega di avere fatto affari con le energie alternative assieme all’imprenditore alcamese Vito Nicastri. “io un centesimo di questi pali mai l’ho preso.. i pali concernevano situazioni losche o cose del genere che pure io mi rifiutavo, non lo potevo fare perché andavo a sbattere, mi avrebbero arrestato molto prima. Se vuole sapere come ho fatto soldi glielo posso pure spiegare”. Dicendo di aver veduto i reperti archeologici trafugati ai collezionisti di mezzo mondo”. Conferma di aver investito negli affari dei supermercati Despar di Giuseppe Grigoli, ma non nella latitanza: “Nella latitanza no, perché da come avevo impostato tutte le mie cose li avevamo già sistemati poi c’erano le cose che finivano, come i supermercati sono finiti ad esempio, ma detto questo io in latitanza non ho più investito”.