Marcello Benfante, scrittore e critico letterario, continua per Tp24 la sua galleria di personaggi e autori della letterature per l'infanzia. Oggi è il turno di Beatrix Potter. Abbiamo già parlato di Mary Poppins e Pippi Calzelunghe.
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Tra le figure più affascinanti e indefinibili della letteratura per l’infanzia, la londinese Beatrix Potter (1866- 1943) è insieme amatissima, per la sua grazia inarrivabile, e al tempo stesso costantemente ignorata, forse
per la medesima ragione, ma soprattutto per la sua versatile e poliedrica e quindi spiazzante inclinazione artistica.
Beatrix Potter scelse infatti di associare, con felice sintesi, le sue virtù pittoriche di preziosa disegnatrice e illustratrice alle sue doti più discrete e sottili di narratrice per l’infanzia. Il risultato è un’opera posta su due livelli estetici e comunicativi, uno più raffinato e l’altro apparentemente più semplice, che si suole guardare prima che leggere, con un incanto insuperabile che indugia sui dettagli, sui colori, sulla composizione delle immagini. Ma Beatrix Potter oltre a ciò fu anche una naturalista di rara attenzione nei confronti del mondo animale e vegetale che potremmo definire una ecologista ante litteram. E questa sua moderna sensibilità scientifica e documentaristica la rende tuttora attuale in un mondo che perde costantemente la sua poesia e la sua autenticità. Sul piano discorsivo Beatrix Potter è riconducibile alla lezione classica di Esopo e Fedro (fino a La Fontaine e alla favolistica moderna). Ma non sfugga a questa sommaria analisi lo spunto occasionalmente tratto da Lear (o perfino da Carroll) o lo slancio anticlassico (ma a suo modo anch’esso classico) verso Disney. L’universo zoologico della Potter è un microcosmo antropomorfico di attitudini borghesi e domestiche. Gli animali, sempre inoffensivi, sono posti a breve distanza dall’uomo e quasi ne ricalcano i costumi, le usanze, la mentalità. Il loro habitat è più rozzo e naturale di quello umano. La loro casa è una tana sommariamente arredata in un modo essenziale e primitivo che basta tuttavia a distinguerla dalla mera condizione animale. Tra la società umana e quella popolata dalla bestie c’è dunque un livello intermedio di animali civilizzati che indossano abiti e si comportano in modo simile al consorzio umano imitandone pedissequamente i modi. Vi sono madri apprensive e solerti e padri severi che usano le verze come frustini per punire i figlioli scapestrati e ribelli. Fra questi incoercibili dissenzienti c’è Robin, un coniglietto avventato che si caccia sempre nei guai e non sa come uscirne. In sua storiella del 1902, Robin si avventura pericolosamente in un orto custodito da un severo coltivatore (mister McGregor) per sbafare lattughe, fagiolini e rapanelli. Ma, strisciando sotto i cavoli per sfuggire al guardiano, perde le scarpe e la giacchetta che lo ricopriva. Reso più agile dalla sua naturale nudità, riesce a sfuggire nella foresta, assai meno insidiosa degli orti recitati, e a raggiungere, sfinito e febbricitante, la sua tana presso il grande abete, dove la mamma col suo grembiale bianco lo accoglie soccorrevole, somministrandogli una camomilla curativa cotta presso il paiolo domestico. La disavventura del discolo Robin si conclude così lietamente, salvo l’inconveniente di saltare la cena. Altra sorte, più gratificante, spetta invece agli altri coniglietti, più ligi e diligenti, che “per cena si papparono pane, latte e more”. E invero i pasti delle bestiole sono sempre assai parchi e sobri, quasi sempre vegetariani. Mangiare altri animali è spesso un’infrazione eccezionale alle regole, ma pur sempre nell’ambito dei bisogni naturali: la rana Jeremy Fisher afferma: “Cercherò dei vermi e andrò a pescare qualche delizioso pesciolino per cena”. Ridurre il subumano a cibo, per sé e per gli amici, in caso di pesca abbondante, è una normale abitudine per l’abitante dello stagno piovoso che indossa l’impermeabile e un paio di “galosce lucide” ed è provvista di barca e canna da pesca, che in realtà sono ricavate, con arte e pazienza, dalla vegetazione palustre. Anche questa storia del 1906, non priva di “orribili” esperienze e paure (di ratti e di una grande trota divoratrice), si conclude con un pasto di leccornie (cavallette fritte in salsa di coccinelle), peraltro disgustose per la narratrice. Se l’uomo è ciò che mangia, la tesi feuerbachiana è vera forse a maggior ragione per le creature selvatiche.
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