E mentre la Comunità mondiale si interroga sul nome da dare a quanto sta accadendo a Gaza, i soldati israeliani fanno il tiro a bersaglio sui civili palestinesi che cercano di procurarsi il cibo. Sì perché per fermare questo massacro bisogna prima capire se ci sono i fattori stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia; indagare sulle inafferrabili intenzioni finali del governo israeliano, l'evidenza, a quanto pare, non è sufficiente. Vietato parlare di genocidio o nominare l'Olocausto, si rischia di alimentare l'odio nei confronti del popolo ebraico. E forse Liliana Segre potrebbe aver ragione nel chiedere prudenza, perché di idioti il mondo è pieno e solo questi potrebbero accusare indiscriminatamente tutto il popolo ebraico per ciò che sta facendo l'attuale governo israeliano. Ciò detto, confido in quanti mi leggeranno e sapranno discernere. Infrangerò entrambi i tabù, userò i due termini e proverò a contestualizzarli rispetto allo scenario attuale.
Come è possibile, ci si chiede con profonda angoscia, che i responsabili di un genocidio si professino ebrei? Come possono i leader di una nazione nata dalle ceneri dell'Olocausto, il simbolo stesso della sofferenza e della persecuzione, perpetrare una tale carneficina? La risposta a questa domanda, che tormenta milioni di persone in tutto il mondo, può trovare conforto solo affermando che costoro non sono ebrei. Non esiste un singolo passo biblico che giustifichi il genocidio. L'ebraismo, nel suo nucleo etico, è fondato sui principi della giustizia, della compassione e del rispetto per la vita. La Torah, il testo fondamentale dell'ebraismo, proclama innumerevoli volte l'importanza di non spargere sangue innocente e di prendersi cura degli stranieri, dei poveri e degli oppressi. L'imperativo "Tu non ucciderai" (Esodo 20:13) è uno dei dieci comandamenti, un pilastro morale che non ammette eccezioni. La vile aggressione del 7 ottobre per mano di Hamas non può giustificare una sorta di guerra di precetto, perché anche in questo caso le leggi ebraiche stabiliscono criteri rigorosissimi che non permettono la guerra indiscriminata, la distruzione di città intere e, soprattutto, l'uccisione di civili, donne e bambini. La guerra, anche quando considerata necessaria, deve seguire regole precise che limitano la violenza e la distruzione, a stabilirlo non è solo le Convenzioni di Ginevra del 1949 ratificate anche da Israele, ma anche gli stessi testi sacri della loro fede.
In questi due anni non sono mancati i riferimenti biblici da parte di Netanyahu, che ha spesso incorniciato il conflitto come una lotta esistenziale e morale, descrivendo Israele come il popolo della luce e i suoi nemici come il popolo delle tenebre, promettendo che la luce trionferà sull'oscurità. L'ennesima manipolazione dei testi sacri, una distorsione della tradizione ebraica che non può e non deve essere confusa con la fede. Così come fu per le Guerre sante cristiane e continua a esserlo con la Jihad islamica.
Appare dunque evidente che i veri e soli responsabili di tutte le guerre sono gli estremisti ermeneutici capaci di distorcere i messaggi più profondi dei testi sacri sottomessi alla brama del potere mondano. Un abuso della storia del popolo ebraico e della memoria dell'Olocausto, che viene strumentalizzata per giustificare una violenza che non ha nulla di divino, ma tutto di umano, nel suo aspetto più crudele.
Dinanzi a tale evidenza la tentazione è forte di riconsiderare le affermazioni di grandi pensatori quali Richard Dawkin, David Hume, Friedrich Nietzsche e diversi altri ancora, Sono infatti diverse le figure, soprattutto nel mondo della filosofia e della cultura contemporanea, che hanno sostenuto la necessità di superare o abolire le fedi monoteiste, pur non usando sempre questa espressione letterale. Le loro critiche si concentrano sul fatto che il monoteismo, per sua natura, sia una fonte di intolleranza, violenza e irrazionalità. Il caso più calzante in tutta questa riflessione è quello che vede protagonista il filosofo Baruch Spinoza, che subì una sorta di scomunica dalla sua stessa comunità ebraica, condannato per un crimine di pensiero: aver messo in discussione alcuni dogmi religiosi. La formula usata si chiama Cherem, la scomunica più severa della tradizione ebraica, volta a isolare un individuo dalla comunità, per punire crimini considerati inaccettabili, una violenta maledizione solenne che recita in un breve estratto:
"Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l'Eterno non lo perdoni mai."
Se dunque questa è la formula riservata a quanti commettono anche solo crimini di pensiero contro la fede ebraica, mi chiedo quali parole, quale Cherem, quale maledizione dovrebbe essere riservata a chi oggi si rende responsabile di un massacro di innocenti? Come esprimere la gravità di aver ucciso decine di migliaia di civili, donne e bambini, distruggendo le loro case e le loro vite?
I numeri che giungono da Gaza non sono semplici statistiche; sono la premessa agghiacciante di una tragedia che non può essere più ignorata. Sono il bilancio di una guerra che non risparmia nessuno, un massacro insopportabile che ha trasformato la Striscia di Gaza in un cimitero a cielo aperto.
Secondo i dati più recenti, il numero totale delle vittime palestinesi ha superato i 60.000 morti. Tra queste vittime, il bilancio più straziante riguarda i bambini, con un numero di minori uccisi che ha superato i 15.000. Le cifre parlano di una media impressionante di bambini che hanno perso la vita ogni giorno. A queste si aggiungono i morti tra i giornalisti, che, secondo alcune fonti, hanno superato i 200, rendendo questo conflitto uno dei più letali per la stampa nella storia recente. La distruzione è quasi totale, con stime che indicano che oltre il 70% degli edifici nel nord di Gaza sono stati danneggiati o rasi al suolo, inclusi ospedali, scuole e università.
Di fronte a questa scia di morte e distruzione, si ragiona ancora sui termini da usare per poter poi intervenire. È un momento di profonda riflessione per il popolo ebraico, un popolo che ha conosciuto sulla propria pelle la sofferenza della persecuzione e che ora si trova a dover affrontare il giudizio della storia per le azioni dei propri leader e di quanti li appoggiano. Il popolo ebraico, come ogni altro popolo, è composto da individui che esprimono posizioni diverse, e molti ebrei in tutto il mondo hanno alzato la voce per denunciare le atrocità che stanno avvenendo. L'accusa va ai responsabili diretti, ai leader che con le loro decisioni hanno orchestrato questo orrore. E a cascata a quei capi di governo che ancora oggi non riescono a schierarsi politicamente riconoscendo lo Stato della Palestina.
Consigli per la lettura: Il problema Spinoza di Irvin Yalom; L'illusione di Dio di Richard Dawkins
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