I barbari del Mediterraneo. "Persone picchiate e lanciate in mare"
Persone lanciate in acqua come fossero zavorra. Colpite a calci e pugni, abbandonate tra onde alte più di un metro e mezzo, senza alcun giubbotto di salvataggio. È stato l’equipaggio della nave “Mediterranea” a strappare quei corpi al mare. Tre di loro erano minori non accompagnati.
Un documento che racconta, con nomi, date e coordinate, la violenza subita da migranti e operatori umanitari per mano della cosiddetta Guardia costiera libica. Una violenza che – denuncia la Ong – non solo contraddice il diritto internazionale del mare, ma si configura come una pratica criminale portata avanti da reparti militari formalmente inquadrati nel Governo di Tripoli e sostenuti con fondi e mezzi europei e italiani.
L’accerchiamento e le minacce
Tutto comincia il 18 agosto, quando la “Mediterranea” viene circondata da otto gommoni militari. A bordo ci sono uomini armati, con il volto coperto, che puntano le armi e intimano di allontanarsi dalla zona SAR libica. “Siamo in acque internazionali”, risponde l’equipaggio, continuando le attività di monitoraggio. Il giorno dopo, la motovedetta “Zawiyah 656” ribadisce le minacce, ordinando via radio di fare rotta a nord.
La notte dei corpi in mare
Poi, nella notte tra il 20 e il 21 agosto, la scena più drammatica. Una motovedetta militare si avvicina e, sotto gli occhi dell’equipaggio della Ong, scaraventa dieci persone in acqua. Non un soccorso, ma un atto deliberato di violenza. Le immagini raccolte documentano calci, pugni, corpi gettati tra le onde. I naufraghi, provenienti dalla Libia, raccontano di violenze, detenzioni arbitrarie, torture e lavori forzati subiti nei campi libici. A cui poi si è aggiunta l’ultima barbarie.
Il salvataggio della Mediterranea
La nave umanitaria interviene subito. I dieci vengono recuperati e assistiti dal personale medico di bordo, con il supporto del CIRM. Le condizioni sono gravissime, sia fisiche che psicologiche. “Hanno bisogno di cure immediate a terra”, attestano i sanitari. Tra loro ci sono tre minorenni che, secondo la legge italiana, devono avere un tutore. Per questo motivo non è possibile aspettare, non è possibile fare altri 3 giorni di navigazione per Genova, ma serve un porto sicuro, vicino. Si sceglie allora Trapani.
Chi sono i militari coinvolti
Nei giorni successivi, Mediterranea analizza foto e video. Un patch militare visibile sulla divisa di un uomo armato porta a un’identificazione precisa: l’80° Battaglione Operazioni Speciali della 111ª Brigata libica, guidata da Abdul Salam Al-Zoubi, viceministro della Difesa del Governo di unità nazionale di Tripoli. Video ufficiali della brigata, diffusi sui social, confermano la presenza dello stesso reparto in operazioni di “contrasto all’immigrazione”.
Le accuse
Secondo Mediterranea, queste azioni non sono soccorsi ma crimini veri e propri: minacce armate, violenza privata, tentato omicidio, tortura. L’organizzazione chiede che la Procura di Trapani indaghi, ricordando che l’Italia ha giurisdizione perché i reati sono stati commessi in acque internazionali, ai danni di cittadini italiani e da un gruppo criminale organizzato che opera con mezzi forniti dall’Ue e dal governo italiano.
Il quadro delle torture in Libia
Il racconto dei dieci naufraghi soccorsi si inserisce in un contesto già ampiamente documentato da ONU, UNHCR e Amnesty International: detenzioni arbitrarie, stupri, schiavitù, estorsioni, violenze efferate. “In Libia non esistono porti sicuri”, ribadisce l’UNHCR. Eppure, a sette anni dagli accordi con Tripoli, i finanziamenti continuano a sostenere la stessa Guardia costiera che – denuncia Mediterranea – getta le persone in mare.
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