La mafia dei pascoli tra Marsala e Mazara: chieste nove condanne
Ci sono luoghi in Sicilia dove comandano ancora i vecchi codici della mafia. Dove non conta la legge dello Stato, ma quella dei pastori con le mani sporche e la pistola nella fondina. È la terra tra Mazara del Vallo e Marsala, dove Cosa Nostra si è reinventata padrona dei pascoli, delle aste giudiziarie, delle minacce. Ed è proprio lì che la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha acceso i riflettori, portando a processo 18 persone, accusate di far parte o favorire l’organizzazione mafiosa che gestiva con metodi violenti la spartizione delle terre.
Nove di loro, giudicati con rito abbreviato, rischiano ora pesanti condanne. Il pubblico ministero Francesca Dessì ha chiesto 12 anni di carcere per Domenico Centonze, pastore marsalese ritenuto tra i protagonisti del sistema mafioso. Dieci anni ciascuno per il padre Pietro (classe ’50), per il cugino omonimo (classe ’69) e per il mazarese Alessandro Messina. Otto anni per Pietro Burzotta – genero del defunto boss Vito Gondola – Paolo Apollo e Ignazio Di Vita, anche loro di Mazara. Due anni e otto mesi per Antonino Giovanni Bilello, sei mesi per Lorenzo Buscaino. Le arringhe della difesa inizieranno il 28 ottobre.
Intanto, per altri sette imputati, il gup Ivana Vassallo si pronuncerà il 10 ottobre sulla richiesta di rinvio a giudizio. Se accolta, si aprirà il processo ordinario per Giancarlo Nicolò Angileri, Giovanni Piccione, Michele Marino, Giuseppe Prenci, Vito Ferrantello, Gaspare Tumbarello e Massimo Antonio Sfraga.
La mafia dei pascoli
L’inchiesta, coordinata dalla Dda e condotta dalla Guardia di finanza, ha messo a nudo un sistema che sembrava scomparso e che invece resiste. Per la mafia, il controllo dei pascoli non è solo affare economico, ma potere puro. Dove pascoli tu, là comanda Cosa Nostra. E chi si oppone viene minacciato, picchiato o cacciato.
È quello che sarebbe successo alla famiglia Barracco, costretta ad abbandonare i terreni. E ai fratelli Tumbarello, aggrediti e spinti a cedere metà di un terreno regolarmente acquistato all’asta. I mafiosi agivano come un tribunale parallelo: stabilivano chi poteva pascolare, chi doveva andarsene, e come spartirsi le terre. Tutto documentato dalle intercettazioni raccolte nell’indagine.
Burzotta, Centonze e i nuovi padroni delle terre
Secondo gli inquirenti, il sistema era gestito da Pietro Burzotta, genero del boss Vito Gondola. Dopo la morte del suocero, avrebbe assunto un ruolo di comando nel mandamento di Mazara, decidendo l’assegnazione dei pascoli e punendo i dissidenti. Burzotta è fratello di Diego Santino Burzotta, condannato all’ergastolo per omicidi mafiosi, e di Luca, condannato per associazione mafiosa.
Con lui avrebbero agito Paolo Apollo e Ignazio Di Vita, coinvolti nelle intimidazioni agli allevatori. Domenico Centonze e i suoi familiari, invece, avrebbero avuto il compito di “risolvere” i problemi. Non con i documenti, ma con le botte.
Le aste truccate e i pastori intimiditi
La mafia non si limitava ai pascoli: cercava anche di truccare le aste giudiziarie. Un episodio in particolare riguarda un terreno della società “Orto Verde” tra Mazara e Petrosino. Gli indagati avrebbero cercato di pilotare la vendita per favorire soggetti vicini all’organizzazione.
Le testimonianze raccolte parlano di un clima di terrore diffuso: allevatori costretti a chiedere “permesso” per lavorare, atti di violenza sistematici, minacce trasversali. In pratica, un’intera fetta di economia agricola gestita come feudo privato da una manciata di famiglie mafiose.
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