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30/10/2025 06:00:00

Mimmo Jodice e James Senese: luce e lutto

Leggerezza e profondità, luce e lutto: dimensioni strane, dove forse quel tempo che scorre lo passi al setaccio e ritrovi ciò che ha segnato la tua vita in quota parte.
E non si può restare estranei alla morte di due napoletani d’eccellenza: Mimmo Jodice e James Senese, due artisti enormi che hanno tratteggiato la loro vita con la fotografia e la musica.

Pochi anni di differenza. Conobbi prima la musica con i Napoli Centrale, poi con Pino Daniele e questo nero a metà che è stato Gaetano James Senese. Ha segnato un modo nuovo di suonare quello strumento incredibile che è il sassofono.

Non usciva musica dal suo strumento, ma i vicoli di Napoli, quel tufo e quell’odore incredibile che solo chi ha vissuto quel centro storico sa a cosa mi riferisco.
Ascoltare un suo assolo era come riemergere dal ventre della città. Mi viene in mente il Cavone, dietro Piazza Dante: qualcosa di totalmente ruvido, che ti prendeva il cuore. E quella leggerezza calviniana la ritrovo ancora oggi, riascoltando alcuni suoi brani.
Strana la vita, e quell’aria che animava il suo essere un tutt’uno col sax lo ha affamato al punto da portarlo via da noi.

 

La fotografia di Mimmo Jodice. E poi, la fotografia.

È stata una meta-fotografia, per quanto mi riguarda. I suoi neri profondissimi, le sue invenzioni, la sua rielaborazione dell’arte classica — basti pensare al corridoio che dalla fermata metro Cavour conduce al Museo Archeologico di Napoli — e poi il paesaggio, e quella sua ricerca non strettamente formale.

Nella nostra provincia ha lasciato due perle uniche.
A scaffale ho recuperato un volume edito da Electa nel 1982, Gibellina, con due testi critici di eccellenza: Pierluigi Nicolin e Arturo Carlo Quintavalla. Inutile dire che la regia, per quota parte, è di un illuminato quale è stato Ludovico Corrao.
Fu lui, nella nascente Gibellina, a invitare Joseph Beuys — credo nel 1980 o ’81 — e Jodice a raccontare questo passaggio violato e immaginato.

Credo sempre in quel tempo poi, complice Francesco Venezia — architetto visionario e come tale spesso dimenticato — andarono a passeggiare sulla collina di fronte, nel borgo di Salemi, anch’esso offeso dal terremoto del gennaio 1968.
Da lì nacque un racconto fotografico, poi libro (sempre edito da Electa), di cui l’oblio si è poi impadronito.

 

Qualche anno fa, in occasione del Salìber — il festival di Salemi, ostinatamente diretto da Filippo Triolo — mi ritrovai all’ingresso del Palazzo di Città.
Oltrepassato il portico di marmo, i miei occhi andarono su una, due, poi molte fotografie. Chiesi chi fosse l’autore di quelle opere.

La Salemi degli inizi anni ’80 era stata raccontata dal Maestro Jodice, e quella narrazione era disseminata tra le varie stanze del municipio.
La quasi totalità del personale non aveva idea di chi fosse l’autore.
Poi mi fu detto. Scoprii l’esistenza di un libro ormai fuori commercio e altre storie a latere.
Parlai con l’allora assessore alla Cultura — oggi sindaco — e dissi che non potevano sprecare un’occasione unica: far conoscere l’esistenza di quella commissione, che si tradusse in negativi, stampe e libro.
Ma, soprattutto, aprire la casa comunale a mo’ di museo, essendo quelle stanze depositarie non di sciatti manifesti, ma di fotografie originali che raccontavano la città.

La politica, spesso, se non manca di sensibilità, ha una concezione del tempo tutta sua.
Quel libro fu riedito, con la promessa di presentarlo alla cittadinanza.

Oggi più che mai potrebbe essere il momento di onorare un visionario che raccontò, col suo bianco e nero, un borgo e la sua identità.

Giuseppe Prode