Chi ha paura della memoria della strage di Pizzolungo?
Palermo è una città che mette in mostra i suoi martiri della lotta alla mafia.
Li celebra, li santifica, li trasforma in segni urbani. Monumenti, lapidi, installazioni artistiche: dai due obelischi che svettano sul luogo della strage di Capaci – ormai una sorta di ingresso simbolico alla città e ai suoi labirinti, un po' come la "Stella di ingresso al Belice" di Consagra a Gibellina – fino all’albero Falcone, alle case museo, la farmacia dei Borsellino, ai vicoli e ai percorsi della memoria che portano i turisti dal luogo dove fu assassinato Joe Petrosino alla lapide che ricorda l'omicidio del giudice Costa.
A Trapani, invece, no.
Trapani ha sempre nascosto i suoi martiri della lotta alla mafia. Quasi se ne vergogna.
Quanta fatica è costata, negli anni, far acquisire alla città una consapevolezza vera su Mauro Rostagno. Quanto silenzio è calato sul giudice Giacomelli, assassinato nel 1988. Trapani ha sempre avuto un problema con la memoria, e lo dimostra anche oggi, davanti alle incredibili polemiche per l’installazione artistica che verrà inaugurata in piazza con i resti dell’auto appartenuta all’ex giudice Carlo Palermo, dilaniata nell’attentato mafioso di Pizzolungo, il 2 aprile 1985, in cui morirono Barbara Rizzo e i suoi due figlioletti, Giuseppe e Salvatore Asta.
L’opera – un’installazione floreale che intreccia arte e memoria – è un tentativo coraggioso di riportare quella storia nello spazio pubblico. Ma a Trapani, evidentemente, la memoria continua a fare paura. E, negli anni, la vera arte è diventata quella di scaricare nel dimenticatoio tragedie e disastri.

I commenti che si leggono in queste ore sono da brividi.
C’è chi scrive che “quel monumento fa cagare”, e non è un passante qualunque: è un consigliere comunale.
C’è chi propone di spostare la teca a Pizzolungo, “dove è avvenuta la strage”. E dove non disturba (e un po' come quando i palermitani si lamentavano del chiasso delle sirene della scorta di Falcone, proponendo di mandarlo a vivere fuori città ...).
C’è chi si lamenta della “bruttura”, perché “rovina la piazza”.
Eppure la risposta è semplice: quella "cosa" sta lì, perché è la nostra storia. E se è una bruttura, è nulla rispetto alla violenza della mafia.
Perché quel ferro contorto, quel rottame annerito, ci raccontano chi siamo stati.
Perché è giusto esserne travolti.
Perché chi dimentica è complice.
L’arte, dopotutto, serve anche a questo: a dividere, a disturbare, a far pensare.
In un tempo di narrazioni tranquillizzanti, in cui la Sicilia è diventata solo un’immagine da cartolina per i turisti, abbiamo bisogno di essere colpiti allo stomaco, non accarezzati sulla guancia.
Ecco perché è necessario quel “monumento”.
Non per estetica, ma per etica.
Perché Pizzolungo è il cuore nero delle stragi d’Italia. Lo ripete da anni il procuratore capo di Trapani, Gabriele Paci, e lo confermano le indagini, i processi, le omissioni.
E un uomo, Carlo Palermo, da quarant’anni continua a sbatterci la testa, ostinatamente, come una missione personale. Una strage ancora piena di zone d’ombra, di domande inevase, di verità rimaste a metà. Quest'anno su Tp24 abbiamo dedicato un'approfondita inchiesta in tre parti sulla strage di Pizzolungo, e l'abbiamo chiamata, non a caso, "una strage italiana", perché quella è una storia che ci definisce, ci racconta, ed è l'immagine di un Paese di oggetti scomparsi, vite spezzate, depistaggi istituzionalizzati.
Dov’era tutta questa indignazione di queste ore quando per anni la carcassa dell’auto è rimasta abbandonata all’autoparco comunale, tra erbacce e ferraglia?
Dov’erano i politici e i loro animosi follower quando pochi, valorosi cittadini, presidiavano le aule di giustizia chiedendo verità e rispetto per le vittime?
Ecco perché quella installazione artistica su Pizzolungo fa paura.
Perché non si lascia addomesticare.
Perché ci costringe a guardarci dentro, a fare i conti con la nostra storia, a riconoscere le nostre omissioni.
Giacomo Di Girolamo
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