Le formiche di fuoco ora "minacciano" l'Italia
Arrivano dall’America Latina e hanno un nome che dice tutto: Solenopsis invicta, la formica “di fuoco”. Minuscole, ma letali. Da qualche anno hanno colonizzato il sud-est della Sicilia e ora minacciano di espandersi in tutta Europa.
“Si chiama invicta perché sembra imbattibile”, spiega Lucia Zappalà, entomologa dell’Università di Catania. “La puntura provoca un dolore intenso, come una fiammata. E le colonie si moltiplicano a una velocità impressionante”.
Nel 2023 gli studiosi dell’ateneo etneo hanno individuato 88 nidi nella provincia di Siracusa. Ma secondo gli esperti la specie è presente da anni, forse dal 2017. Oggi la Sicilia è la prima linea di difesa del continente.
Nel giugno scorso è partito un piano di eradicazione guidato dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Siciliana, con biologi e tecnici locali impegnati a contenere l’invasione. L’obiettivo: fermare la diffusione prima che la formica attraversi lo Stretto.
“È un insetto che si adatta a tutto”, racconta Zappalà. “In caso di pioggia le colonie si uniscono e formano vere e proprie zattere galleggianti. E possono viaggiare anche su frutti o piante, come passeggeri invisibili”.
Le conseguenze si vedono già. Un vivaio statale nel siracusano è stato chiuso e centinaia di giovani alberi destinati al rimboschimento saranno distrutti per evitare che le formiche si diffondano altrove.
Ma il rischio non riguarda solo l’uomo. Le Solenopsis invicta attaccano piccoli animali, nidi di uccelli e raccolti agricoli. In altri Paesi hanno causato miliardi di danni: negli Stati Uniti oltre 6 miliardi di dollari l’anno, in Cina intere coltivazioni di soia e legumi sono state abbandonate.
“È una specie invasiva prioritaria per l’Europa”, spiega Piero Genovesi, presidente del gruppo Iucn sulle specie aliene. “L’inazione di un solo Paese può compromettere tutti gli altri”.
La formica “invincibile” è solo la punta dell’iceberg. Le specie aliene invasive, secondo l’Iucn, sono responsabili di oltre il 60% delle estinzioni globali.
“Fermarle si può – conclude Genovesi – ma servono risorse, volontà politica e consapevolezza pubblica. E non sempre queste arrivano per tempo”.
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