La grande fuga dalla Sicilia. Ogni anno 40mila giovani vanno via. E l'isola perde miliardi
È un’immagine semplice, quasi banale: un treno che parte. Ma per la Sicilia è diventata una fotografia sociale, economica e culturale. Ogni anno 40 mila giovani dell’Isola – studenti, futuri laureati, talenti in formazione – salgono su quel convoglio e spariscono oltre lo Stretto. Non tornano quasi mai. Questi giovani valgono oltre 4 miliardi di euro, che la Sicilia perde. Ma non sono i soldi, è il futuro dell'isola a svanire.
Lo certifica il nuovo focus “Sud, la grande fuga” di Censis e Confcooperative: un rapporto impietoso, che radiografa lo svuotamento progressivo del Mezzogiorno e mette la Sicilia al centro di un’emergenza nazionale.
Quanti partono, e dove vanno
Il dato è enorme: 134 mila studenti del Sud, di cui circa 40 mila siciliani, scelgono ogni anno gli atenei del Centro-Nord. Una migrazione giovanile stabile e sempre più strutturale.
Il 22,6% dei siciliani immatricolati va a studiare in facoltà oltre lo Stretto. E il 23% del totale degli studenti meridionali fuorisede vive tra Roma, Milano, Torino e Bologna. Sono le città che attirano di più: Roma guida con oltre 32 mila studenti, Milano e Torino seguono a ruota.
Gli atenei del Sud, intanto, si svuotano: l’Università di Catania segna -9% di immatricolati, e anche Palermo e Messina faticano a trattenere gli studenti migliori.
Un’emorragia che vale miliardi
Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sintetizza il rapporto con una frase che pesa come un macigno:
«Ogni giorno parte un treno carico di sogni, talenti e futuro. Ma non torna più indietro. È una perdita sociale, economica e culturale che costa al Sud oltre 4 miliardi».
I numeri:
157 milioni: soldi “evaporati” dagli atenei meridionali, che non incassano le rette degli studenti partiti;
277 milioni: ciò che gli atenei del Centro-Nord guadagnano grazie agli studenti del Sud;
120 milioni: il costo aggiuntivo che pagano le famiglie meridionali;
4,1 miliardi: il valore dei cervelli che ogni anno il Sud forma… e il Nord assume.
Ogni laureato “perso” vale 112 mila euro di investimento pubblico e privato: un capitale umano che si sposta altrove.
Sicilia, la terra che forma ma non trattiene
Il quadro siciliano è il più preoccupante.
In Sicilia solo 2 giovani su 10 sotto i 40 anni sono laureati. Al Centro-Nord sono il doppio. Siracusa ha il primato negativo italiano: solo il 15,2% dei giovani possiede una laurea.
Negli ultimi dieci anni oltre 56 mila laureati siciliani hanno abbandonato l’Isola. Una diaspora silenziosa, fatta di talenti che non trovano lavoro adeguato o stipendi dignitosi.
La meta preferita? Lombardia, che assorbe il 32% dei laureati emigrati.
E ancora: 13 mila giovani siciliani tra 2022 e 2024 hanno lasciato direttamente l’Italia per lavorare all’estero.
Il paradosso: la Sicilia investe, il Nord incassa
C’è poi una beffa. La Sicilia è tra le regioni più efficienti sul diritto allo studio: 97,2% di borse garantite. Ma questo non basta: la borsa di studio spesso diventa il biglietto per partire.
Il rapporto evidenzia un altro nodo: solo il 22,4% dei laureati del Sud è in discipline STEM, quelle più richieste dal mercato del lavoro. E le startup innovative siciliane sono tante (circa 700), ma poco finanziate e con scarsa capacità di assorbire giovani qualificati.
«Il Sud paga per impoverirsi»
Durissimo il commento della deputata regionale Jose Marano:
«Il Sud paga per impoverirsi inesorabilmente. Non servono grandi opere come il Ponte sullo Stretto, ma un piano di investimenti straordinari che crei lavoro vero. Così regaliamo al Nord i nostri talenti e il nostro futuro».
Un Paese sempre più diviso
Il rapporto Censis parla chiarissimo: l’Italia sta diventando un Paese “a due velocità”.
Al Nord si concentrano università competitive, imprese, capitale umano giovane e risorse.
Al Sud restano meno studenti, meno laureati, meno opportunità.
Il risultato? Un circolo vizioso che alimenta disoccupazione, bassa crescita, desertificazione sociale. E un treno che continua a partire ogni giorno dal Sud senza ritorno.
Cosa servirebbe davvero
Le proposte degli esperti sono nette:
investire in innovazione, soprattutto digitale ed energetica;
rafforzare le università del Sud e le loro connessioni con imprese e territori;
creare ecosistemi industriali capaci di trattenere i giovani;
incentivare ricerca, imprese ad alta tecnologia e startup con capitali reali;
sostenere le famiglie e invertire il declino demografico.
Il messaggio finale del Censis è semplice: senza un Sud competitivo, anche il Nord perderà slancio. L’Italia non può permettersi di continuare a vedere partire quel treno.
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