Cucina fatta in casa 2025: pane, pizza e dolci
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Nel messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è trovata molto interessante un’idea, ossia la necessità di disarmare le parole, mutuata da papa Leone XI. Per un siciliano il concetto riporta alla mente il diario scritto da Carlo Levi Le parole sono pietre, su un viaggio dell’autore fatto in Trinacria nella prima metà degli anni Cinquanta del ventesimo secolo. È il racconto duro della povertà materiale e intellettuale dei contadini siciliani, che vivevano su un doppio fronte: la presenza della mafia e l’assenza delle istituzioni, talvolta complici dei criminali, e l’unica arma a loro disposizione era proprio la parola per denunciare i soprusi. Levi afferma: «le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre».
Mattarella ha esortato gli italiani in questi termini: «Raccogliamo questo invito — del Papa —. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi».
Si può condividere, perché un vocabolo può creare, esaltare, incantare, cristallizzare, immortalare; ma può anche ferire, lacerare, finanche distruggere e uccidere. Ebbene, sulla pace che va perseguita iniziando dalle parole e sui due conflitti rammentati dall’inquilino del Quirinale — Ucraina e Gaza — in questi anni, come direbbero i Jalisse, ci sono stati “fiumi di parole”.
Ma se su Kiev, tranne qualche voce fuori dal coro di condanna alla Russia — vedi Lega, la farneticante Ginevra Bompiani, che da scrittrice ed editrice il peso delle parole dovrebbe conoscerlo a menadito, e qualche distinguo del M5S sulle famigerate trattative di pace intercorse a Istanbul nell’aprile del 2022 — sulla Striscia di Gaza i termini sono stati fin da subito diversi. Quella unica è stata di biasimo sul pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, ma sul diritto di reagire d’Israele le posizioni sono state differenti.
Quanto sarebbe bastato prendere in considerazione un solo vocabolo, vale a dire “status”. È quello di Ḥamās, prima di 27 mesi fa, per Unione Europea, Stati Uniti, Israele, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, l’Organizzazione degli Stati Americani, Paraguay e Argentina: quello di un’organizzazione terroristica. Per debellare un gruppo criminale non si distrugge un territorio già povero, i suoi ospedali, le scuole, i campi profughi e 67 mila dei suoi abitanti. E per valutare questo comportamento bastano solo due parole: non è stata giustizia, ma vendetta.
Vittorio Alfieri
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