Quale gloria per Gibellina?
Si avvicina il 15 gennaio, data d’avvio delle manifestazioni di Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea. È la stessa data in cui, nel 1968, il terremoto rase al suolo il vecchio paese. Questa coincidenza non è neutra e impone una domanda preliminare: in cosa consisterà oggi il primato? Nella quantità – presenze, numeri, eventi, inaugurazioni – o in qualcosa di più profondo? La gloria di Gibellina, se esiste, non è un risultato automatico, ma una scelta: quella di non ricucire la ferita, di continuare ad abitarla.
Dopo il terremoto, Gibellina non ha tentato di tornare com’era. Non ha mimato la continuità né ricostruito una normalità perduta. Ha cambiato paradigma: la catastrofe è diventata forma, la perdita si è iscritta nel paesaggio. La memoria non è stata trattata come monumento consolatorio, ma come superficie attraversabile, esposta, non pacificata. In questo senso, Gibellina non è nata come progetto culturale, ma come necessità estrema: rendere abitabile l’inabitabile.
Il Cretto di Burri va letto dentro questa scelta radicale. Non risarcisce, non consola. Tiene aperta una domanda scomoda: siamo capaci di stare dentro ciò che non torna, ciò che non si ricompone, ciò che non offre redenzioni rapide? È per questo che continua a funzionare e a mettere a disagio. Non perché sia iconico, ma perché vibra di senso, perché non si lascia neutralizzare.
Per questo la questione non è soltanto se Gibellina sia una città dell’arte, ma se sia una città. Una città che respira nelle fratture, che vive nelle sue ferite, che si abita come luogo della memoria e del rischio, non come contenitore di eventi. Quando la si forza in un racconto edificante, la si tradisce. La sua storia non è quella di una rinascita, come spesso si ripete, ma di una radicalità che non ha cercato di somigliarsi di nuovo. È una storia irrisolta e lo è per scelta.
In questo quadro, diventa evidente che una capitale dell’arte non si definisce per quantità. I numeri misurano il flusso, non il senso. La gloria non deriva dall’accumulo di eventi, ma dalla qualità dell’esperienza che una città è in grado di sostenere, dalla capacità di incidere sulle condizioni dell’abitare, di produrre trasformazione reale per chi vive quel luogo. Una città che non offre nulla ai suoi abitanti – spazi da vivere realmente, possibilità, voce, lavoro, permanenza – difficilmente può essere davvero capitale dell’arte contemporanea. L’arte, se resta superficie o consumo, non fonda alcun primato.
Anche il ruolo di Ludovico Corrao va letto senza pacificazioni. Non amministratore del consenso, né fondatore da celebrare. Ha scommesso sull’arte come rischio e frattura, assumendo il terremoto come origine e non come parentesi da superare. Le decisioni che hanno segnato Gibellina portano il segno di questa radicalità: hanno prodotto opere, vuoti, possibilità, fallimenti. Non tutto ha funzionato, ma nulla è stato innocuo. Ridurre tutto a un’eredità da gestire significherebbe neutralizzarne il senso.
Gibellina, infatti, non lascia eredi. Lascia un’esperienza da attraversare, da vivere, da scontare ad alto prezzo. Ciò che resta non è un patrimonio stabilizzato, ma un campo instabile che non garantisce nulla a chi viene dopo. Parlare di continuità è comodo, ma del tutto impreciso: a Gibellina la continuità, se esiste, passa attraverso la frattura.
In questo campo si colloca anche la Fondazione Orestiadi, che non è garante di una tradizione pacificata, ma soglia viva tra opera e città, limen tra arte e trauma, tra progetto e ciò che continuamente sfugge. Funziona quando non celebra, non normalizza, ma mette in relazione, produce attrito, chiede responsabilità. Quando accetta di essere parte di una città difficile, non il suo apparato.
Il rischio, oggi, è che anche questo spazio venga chiamato a garantire gestione dove c’è stata esposizione, rendicontazione dove c’è stato rischio. Ma una fondazione, a Gibellina, non può limitarsi a custodire. Deve continuare a esporsi. Altrimenti smette di essere parte della città e ne diventa soltanto il pretesto.
Può esistere una capitale dell’arte? Forse sì, ma non come centro né come primato. Non come titolo da esibire, ma come responsabilità da reggere. In questo senso, si auspica che l’anno da Capitale dell’Arte non sia una vetrina, ma una prova: la prova di saper sostenere una città nel suo essere irriducibile, fragile, non riconciliata. Senza renderla innocua.
Daniela Thomas
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