L’auto elettrica tra ideologia e realtà: il difficile...
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Nella notte di sabato 3 gennaio gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, prelevato e poi imprigionato il presidente Nicolás Maduro, che ora è in carcere a New York. Fughiamo immediatamente ogni dubbio: non si è trattato di un’operazione per liberare il Paese da un dittatore. Al tycoon poco interessa dei 28 milioni di venezuelani e della cospicua comunità italiana.
Con il pretesto del narcotraffico, gli Usa asseriscono che Maduro sia complice del cosiddetto “Cartel de los Soles”, una rete che coinvolgerebbe settori delle forze armate venezuelane nel traffico di cocaina e fentanyl. L’obiettivo è il cambio di regime. Infatti ha dichiarato: “Continueremo a guidare il Paese fino a quando non saremo in grado di effettuare una transizione sicura, adeguata e saggia. Quindi non vogliamo che qualcun altro sia coinvolto e ritrovarci nella stessa situazione che abbiamo vissuto negli ultimi lunghi anni”.
Nell’accezione di “sicura, adeguata e saggia” è compresa anche una prelazione sul petrolio della nazione, che per l’80% è destinato alla Cina. Invero ha dichiarato: “Abbiamo investito un sacco di soldi in infrastrutture in Venezuela”, aggiungendo: “Nessuno può rubare quello che è del popolo statunitense”. Il richiamo è alle attrezzature di cui le multinazionali americane hanno dotato lo Stato nel corso dei decenni, poi nazionalizzate da Hugo Chávez.
Questa ennesima impresa ha fatto strame del diritto internazionale. Nessuno può avere accolto la notizia positivamente: il fine può anche essere condivisibile, ma non il metodo. Senza l’autorizzazione dell’Onu, il popolo avrebbe dovuto essere aiutato a liberarsi dal tiranno attraverso altri strumenti. I mezzi per favorire una destituzione sono molteplici: è questo che distingue uno Stato democratico da un’autocrazia.
Altrimenti, nei prossimi mesi, ci si potrebbe aspettare lo stesso trattamento per Xi Jinping, Kim Jong-un, Putin, Lukašėnka, Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd e Ali Khamenei. Ovviamente la speranza è solo retorica.
Non bastasse, Trump ha riferito di avere bisogno della Groenlandia per la sicurezza, perché sarebbero presenti navi russe e cinesi nella zona. Giova ricordare che la Danimarca fa parte della Nato.
Nel frattempo, Meloni, al volante di una Mini con Abascal, leader di Vox, in vacanza a Madrid, ci fa sapere che è “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Il 2025 ci ha lasciato quasi 60 guerre nel mondo. Il 2026 ha già elargito la strage di Crans-Montana e aperto i fronti del Venezuela e della Groenlandia.
Che aggiungere, se non: “fermate il pianeta, voglio scendere”.
Vittorio Alfieri
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