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30/01/2026 06:00:00

Rischio idrogeologico, Trapani prova a voltare pagina: ecco il piano

Trapani è una città costruita senza pensare all’acqua. O meglio: costruita come se l’acqua fosse un problema secondario, da affrontare solo quando arriva l’emergenza. Decenni di espansione urbana disordinata, suoli impermeabilizzati, canali tombati o trascurati hanno reso il territorio sempre più fragile sul piano idraulico e idrogeologico. Oggi quella fragilità presenta il conto, con allagamenti sempre più frequenti anche in occasione di piogge intense ma non eccezionali.

 

Dopo tre anni di studi, rilievi e simulazioni, il Comune prova finalmente a cambiare approccio. È stato approvato il progetto di mitigazione del rischio idraulico e di adeguamento del sistema fognario, un documento strategico che punta a ripensare in modo strutturale la gestione delle acque meteoriche. Un cambio di paradigma necessario, perché la città, così com’è, non riesce più ad assorbire e smaltire le piogge che il clima rende sempre più concentrate e violente.

Il piano nasce dall’analisi puntuale degli eventi alluvionali che negli ultimi anni hanno paralizzato interi quartieri, trasformando strade in corsi d’acqua e piazze in vasche di accumulo. Le simulazioni mostrano con chiarezza che il problema non è la rete fognaria in senso stretto, ma ciò che avviene prima: l’acqua piovana non trova spazi di infiltrazione, scorre in superficie, si concentra rapidamente e finisce per riversarsi nei punti più bassi della città. I tombini, in questo schema, non drenano: sfogano.

Alcuni nodi critici sono ormai noti. La stazione di sollevamento di via Marsala, ad esempio, entra facilmente in crisi e rilascia fango e materiali nelle strade circostanti. È il sintomo di un sistema pensato in un’altra epoca, quando la gestione delle acque piovane non era considerata una priorità urbanistica.

La giunta comunale ha approvato il Docfap, il Documento di fattibilità delle alternative progettuali, che costituisce la base tecnica per programmare gli interventi del prossimo decennio. Il quadro economico restituisce la dimensione del problema: oltre 11 milioni di euro per reti e impianti di sollevamento, 20 milioni per bacini e canali, più di mezzo milione per sistemazioni stradali, 5,4 milioni per interventi ambientali e di consolidamento dei versanti, a cui si aggiungono quasi 4 milioni per la sicurezza. In totale, più di 41 milioni di euro.

Una cifra imponente, che evidenzia due aspetti: da un lato la complessità del sistema idraulico urbano, dall’altro la necessità di reperire risorse che il Comune, da solo, non può sostenere. Trapani rientra tra i centri siciliani a più alto rischio idraulico e dovrà giocare una partita politica e istituzionale decisiva per intercettare i fondi statali e regionali destinati alla messa in sicurezza del territorio. Senza quel passaggio, il piano rischia di restare un esercizio tecnico.

Le criticità, inoltre, non si fermano al perimetro urbano. Il territorio comunale e parte della provincia presentano problemi diffusi: l’erosione costiera tra Marausa e Salinagrande, le instabilità nelle frazioni collinari come Fulgatore e Ummari, i fenomeni di ruscellamento che colpiscono sempre più spesso le aree agricole dell’entroterra, danneggiando strade e infrastrutture rurali. Anche la rete dei canali di bonifica, decisiva per il deflusso delle acque, soffre anni di carenze manutentive.

Per accelerare il percorso, il documento è stato già trasmesso a tutti gli enti competenti: Prefettura, Protezione civile regionale, Autorità di bacino, Commissario per l’emergenza idrogeologica, Dipartimento regionale acque e rifiuti e Commissario giudiziario del depuratore. Il piano sarà illustrato pubblicamente venerdì 30 gennaio nella Sala Sodano del palazzo municipale, alla presenza dei tecnici e dei responsabili comunali coinvolti.

Il tema tornerà anche in consiglio comunale: per il 7 febbraio è stata convocata una seduta straordinaria dedicata alla difesa idraulica e al sistema fognario cittadino. Dopo le ultime giornate di maltempo, l’argomento non è più rinviabile. La scelta è chiara: pianificare adesso o continuare a rincorrere l’emergenza, ogni volta, con danni sempre più pesanti.

 

 

Il tecnico: «Un cambio culturale, non è solo un problema di tombini»

 

Per Orazio Amenta, capo dell’Ufficio tecnico del Comune, l’approvazione del progetto segna prima di tutto un punto fermo dopo anni di lavoro. «È il risultato di un percorso durato tre anni – spiega – fatto di studi, rilievi e analisi approfondite. Oggi Trapani ha finalmente uno strumento di pianificazione che guarda ai prossimi dieci anni e che serve a proteggere la città, rendendola più resiliente rispetto ai cambiamenti climatici».

Il progetto prende le mosse dall’alluvione che ha colpito Trapani negli ultimi anni, un evento spartiacque che ha imposto di rivedere completamente il modo in cui la città gestisce l’acqua. Il piano mette in campo investimenti per circa 41 milioni di euro: una quota significativa è destinata alle acque meteoriche e al loro convogliamento, un’altra riguarda il sistema fognario delle acque nere, mentre una parte rilevante è riservata agli interventi ambientali, alla riforestazione e alla messa in sicurezza dei versanti. Un capitolo strategico riguarda il deflusso delle acque provenienti dal monte Erice, che oggi si riversano in modo disordinato tra i territori di Trapani ed Erice.

Su questo fronte, sottolinea Amenta, è già stato avviato un lavoro condiviso: «Abbiamo siglato un protocollo d’intesa con il Comune di Erice. La pianificazione non può essere fatta a compartimenti stagni: l’acqua non conosce confini amministrativi e va governata insieme». Il progetto, aggiunge, ha già incassato i pareri favorevoli degli enti competenti, dall’Autorità di bacino al Commissario per l’emergenza idrogeologica, dal Genio civile all’Autorità portuale.

Il piano nasce anche dalla necessità di superare una narrazione semplicistica che per anni ha accompagnato ogni allagamento. «Quando sono arrivato a Trapani – ricorda Amenta – si diceva che le alluvioni dipendessero dai tombini ostruiti. Questo progetto segna un cambio culturale: non siamo davanti solo a un problema fognario, ma a un problema fluviale». La città, spiega, in passato era attraversata da canali, corsi d’acqua, aree umide e saline che svolgevano una funzione idraulica naturale. L’espansione urbana incontrollata li ha cancellati o deviati, trasformando Trapani in una grande pianura impermeabile, dove l’acqua non ha più vie di fuga.

Da qui la necessità di ripensare il modello: non più concentrare tutto su pochi impianti di sollevamento, come quello di via Tunisi, ma introdurre soluzioni diffuse. Canali a cielo aperto, vasche di laminazione, bacini urbani capaci non solo di trattenere l’acqua nei momenti critici, ma anche di diventare elementi di riqualificazione ambientale e paesaggistica. «Sono interventi – spiega Amenta – che migliorano la sicurezza, ma anche la qualità urbana, rendendo la città più verde e più vivibile».

Sul fronte dei tempi, il dirigente chiarisce che si è ancora in una fase preliminare. Il Docfap non consente ancora di andare in gara, ma serve a definire con precisione cosa va fatto e quanto costa. «Il Comune non potrà mai sostenere da solo un investimento di questa portata – ammette –. Il passaggio decisivo è l’inserimento di queste opere nella programmazione regionale e nazionale». Trapani, ricorda, è tra le città siciliane con il più alto rischio idraulico certificato, e questo dovrebbe facilitare l’accesso ai finanziamenti.

Il riferimento è anche agli eventi meteorologici estremi più recenti. «Siamo stati fortunati – osserva Amenta – perché alcuni fenomeni hanno colpito altri territori in modo molto più violento. Ma se certe perturbazioni avessero avuto un’altra traiettoria, i danni sarebbero stati enormi anche qui». Il clima, aggiunge, sta cambiando rapidamente e la Sicilia non può continuare a inseguire le emergenze.

Non manca una riflessione critica sul ritardo accumulato a livello regionale. «Fino a poco tempo fa – ricorda – una parte della politica lavorava per sanare edifici costruiti a pochi metri dal mare. È l’esatto opposto della mitigazione del rischio». La speranza è che le tragedie recenti fungano da lezione e spingano finalmente verso una politica di prevenzione.

Per Amenta, il piano approvato rappresenta comunque un punto di partenza solido. «È qualcosa che dovevamo alla città. Ora tutti conoscono lo stato di fatto e nessuno potrà più ridurre il problema a una questione di tombini». Le interlocuzioni con il Commissario per l’emergenza idrogeologica, l’Autorità di bacino e la Protezione civile regionale sono già avviate e, assicura, c’è attenzione concreta. «Non intervenire – conclude – significherebbe assumersi una responsabilità collettiva. Su questi temi si gioca la sicurezza delle persone. E su questo, oggi, nessuno può più voltarsi dall’altra parte».