Radio Sarajevo, di Tijan Sila, è un romanzo autobiografico di formazione che racconta l’assedio di Sarajevo attraverso lo sguardo di un undicenne. Non è un libro “sulla guerra” nel senso consueto: è un libro dentro la guerra, che ne restituisce la viscosità quotidiana, la capacità di insinuarsi nella vita fino a diventare sfondo, abitudine, rumore di fondo. Una guerra che, come suggerisce il romanzo, non finisce mai davvero.
Una scena madre: Bowie, la radio, le bombe
Il romanzo si apre con un’immagine potentissima e anti-epica. Tijan è sdraiato sul tappeto, ascolta Suffragette City alla radio. Poi arrivano le prime esplosioni. La musica si spezza, la famiglia corre in cantina, e la normalità si incrina per sempre. In quella frattura iniziale c’è già tutto il libro: la cultura pop come ultimo filo con il mondo, la radio come voce intermittente della civiltà, la guerra che irrompe senza annunci solenni ma come un guasto improvviso della realtà.
Romanzo di formazione sotto le bombe
Radio Sarajevo è, prima di tutto, un romanzo di formazione. Ma qui l’educazione sentimentale passa attraverso i cecchini, il mercato nero, i saccheggi, le trattative con i soldati per ottenere cibo e dolci in cambio di sigarette o riviste porno. Tijan e i suoi amici Rafik e Sead imparano presto ciò che gli adulti non riescono più a insegnare: come muoversi, come rischiare, come arrangiarsi. L’autorità adulta si sbriciola, i genitori appaiono fragili, disorientati; sono i ragazzi a inventare le regole della sopravvivenza.
La raja, la fratellanza di quartiere, diventa l’unica vera istituzione affidabile. È un patto informale ma ferreo, che sostituisce scuola, Stato, famiglia. In questo senso il romanzo racconta una generazione costretta a diventare adulta troppo presto, senza alcuna retorica eroica.
La guerra come quotidianità tossica
Uno dei punti più riusciti del libro è il modo in cui la guerra viene narrata non come una sequenza di atrocità eccezionali, ma come un’erosione lenta e costante della vita quotidiana. Le cantine sovraffollate, le liti tra vicini su chi ha diritto a quale spazio, le promesse di tregua puntualmente smentite dall’ennesimo colpo di mortaio: tutto concorre a trasformare l’assedio in una routine delirante.
È qui che emerge uno dei temi centrali del romanzo: l’idea che una guerra non finisca mai davvero. Finisce forse sul piano militare, ma resta nei corpi, nelle relazioni, nel modo di guardare il mondo. Il “ritorno” da Sarajevo, nel libro, è soprattutto mentale, incompiuto, impossibile.
Uno sguardo infantile, disincantato
La scelta del punto di vista infantile non addolcisce nulla. Al contrario, lo sguardo di Tijan è diretto, crudele nella sua ingenuità. Proprio perché non mediato da categorie morali adulte, smaschera l’ipocrisia, l’inadeguatezza, le piccole meschinità che la guerra porta a galla. È uno sguardo che scardina ogni retorica patriottica o umanitaria, mostrando la guerra come un’esperienza sporca, casuale, profondamente anti-narrativa.
Ironia, sarcasmo, tragicomico
Sila evita consapevolmente il sentimentalismo bellico. La sua scrittura è secca, avvincente, attraversata da un’ironia tragica che non consola ma resiste. Si ride, spesso, leggendo Radio Sarajevo, ma è una risata strozzata, nervosa, che nasce dal riconoscimento dell’assurdo. Il tragicomico diventa una strategia di sopravvivenza, l’unico modo per non farsi schiacciare dal trauma.
Scrivere Sarajevo in tedesco
Un elemento non secondario è la lingua. Sila scrive in tedesco, lingua adottiva, e questo spostamento produce una distanza critica che trasforma la memoria in letteratura. Non è un caso che l’autore abbia vinto nel 2024 il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann: Radio Sarajevo si colloca pienamente nella letteratura tedesca contemporanea, ma porta dentro di sé una ferita europea che riguarda tutti.
La traduzione italiana di Cristina Vezzaro restituisce bene questa scrittura asciutta, senza edulcorazioni, mantenendo intatta la tensione tra memoria personale e racconto generazionale.
Perché leggerlo oggi
Radio Sarajevo è un libro necessario perché ricorda, senza proclami, che la guerra in Europa non è finita nel 1945. La Bosnia è stata un laboratorio di violenza recente, e le sue scorie sono ancora tra noi. Sila non chiede commozione, non offre consolazioni: chiede attenzione. E la ottiene, pagina dopo pagina, con un romanzo breve, duro, lucidissimo.
Un libro che parla del passato, ma soprattutto del presente. E di quella guerra che, una volta entrata nelle vite, non se ne va più.