Se in Sicilia manca l'acqua anche quando piove tanto ...
Piove. Piove sulla Sicilia devastata dal maltempo. Piove su Niscemi che scivola sempre più giù, sull’argilla che cede e sulle case che si incrinano. Piove sui cantieri del Pnrr, eternamente aperti e mai conclusi, sulle transenne che proteggono il nulla. Piove sulle «tamerici salmastre ed arse», certo, ma anche sui fichi d’India e sui mandorli appena fioriti, sui campi assetati da anni e ora improvvisamente sommersi. Piove, in Sicilia, dannatamente, ostinatamente, ininterrottamente. Da settimane, ormai, piove.
E mentre l’acqua cade dal cielo con una furia che non ricordavamo, l’isola resta assetata. Come sempre.
Il mare si è preso tutto. La spiaggia, le case, i lidi balneari, le strade costiere. In alcuni tratti anche la memoria di dove finisse la terra e cominciasse l’acqua. E rischia di prendersi pure la speranza, che è sempre l’ultima a resistere quando il disastro diventa normale.
Il ciclone Harry ha colpito la Sicilia con una violenza che non si può più liquidare come eccezione. Da Messina a Capo Passero, con una particolare ferocia nel Messinese e nel Catanese, capoluogo compreso, ma senza risparmiare la Sicilia occidentale, dove l’onda lunga del maltempo ha sommato frane, allagamenti e mareggiate a fragilità già croniche. L’isola affonda, letteralmente, mentre la discussione pubblica continua a ruotare attorno a grandi opere simboliche, a partire dal Ponte sullo Stretto, che non si tocca mai, nemmeno quando tutto intorno cede.
La Sicilia del turismo, intanto, è nei pasticci. E bisogna partire da qui per fare due conti seri: non quelli dell’emergenza raccontata a caldo, ma quelli che servono a capire se e come salvare il salvabile, se esiste ancora un modo per evitare che il disastro produca effetti di lungo periodo, irreversibili. Perché il rischio vero non è solo la stagione 2026 compromessa, ma una reputazione che si incrina: lidi distrutti, alberghi danneggiati, infrastrutture costiere spazzate via non sono cartoline invitanti per un turismo internazionale che ha alternative ovunque.
Le stime complessive dei danni oscillano oggi attorno ai due miliardi di euro, ma sono cifre mobili. È evidente che il conto è destinato a salire.
C’è poi un altro bilancio, più subdolo, che riguarda il prodotto interno lordo. Il vero impatto economico del ciclone Harry non si misura solo nei muri crollati o nei metri di costa erosi, ma nella perdita di flussi produttivi. In economie fortemente stagionali, una parte del valore aggiunto che salta non torna più. Non viene recuperata. Per questo, secondo stime condivise dagli economisti, l’evento rischia di tradursi nel 2026 in una perdita di Pil compresa tra lo 0,8 e oltre l’1 per cento nelle aree più esposte. Tradotto: quasi due miliardi bruciati senza fare rumore.
Su questo scenario già fragile si innesta un ulteriore corto circuito: l’applicazione della direttiva Bolkestein. Con le gare per le concessioni balneari all’orizzonte, entro il 2027, molti operatori colpiti dal ciclone non hanno alcun incentivo a investire nella ricostruzione di strutture destinate comunque a finire a bando. Il rischio è una paralisi totale: niente investimenti, coste desertificate, contenziosi e stagioni turistiche compromesse.
La Regione, nel frattempo, risponde con una serie di misure straordinarie che provano a tenere insieme emergenza e consenso. L’ultima è lo stop per tutto il 2026 al pagamento dei canoni di concessione demaniale marittima su tutte le coste siciliane. Una misura da circa dieci milioni di euro. «Era doveroso sgravare gli operatori da un onere che in questo momento non potrebbero sostenere», ha spiegato Schifani. Secondo l’assessora al Territorio Giusi Savarino, la scelta di estendere l’esenzione a tutta l’isola nasce dal fatto che «ogni versante della Sicilia è stato aggredito dal maltempo».
È uno dei tanti paradossi siciliani: mentre il mare si mangia la costa, l’emergenza diventa l’occasione per allargare le maglie dei permessi, sospendere canoni, rinviare nodi strutturali. Si interviene, sì. Ma spesso per tenere in piedi l’esistente, non per ripensarlo.
Intanto piove. Continua a piovere. Le allerte meteo si susseguono una dopo l’altra, come un bollettino senza fine. E allora la domanda diventa inevitabile, quasi ossessiva: tutta quest’acqua, dove va? Che fine fa, se l’emergenza idrica nell’isola non accenna a rientrare? Non si può più parlare di siccità, almeno in senso tecnico. L’acqua c’è. A tratti è persino troppa. Il mistero, semmai, è la sua sparizione.
Molte dighe contengono meno acqua rispetto a un anno fa. A Palermo, per esempio, da oltre un anno, migliaia di famiglie palermitane continuano a subire turnazioni e riduzioni della pressione idrica, con disagi quotidiani pesantissimi.
Il dissalatore di Porto Empedocle, realizzato in un’area a forte vocazione turistica: Marinella, la spiaggia di cui scriveva Andrea Camilleri, sarebbe irregolare perché fisso e non mobile. Lo ha denunciato il sindaco, Calogero Martello, che ne ha ipotizzato il sequestro durante il consiglio comunale aperto convocato per discutere dell’impianto che, secondo diversi comitati cittadini, ambientalisti ed esponenti politici, oltre a essere costoso e di dubbia utilità, sarebbe anche, di fatto, abusivo.
Ma la storia più emblematica, questa settimana, arriva da Canicattì, ed è una storia che sembra scritta apposta per spiegare il paradosso siciliano. Qui, mentre piove sulla sete il sistema idrico va in tilt non per mancanza d’acqua, ma per un eccesso di… legalità.
Le strade della città, qui come altrove, sono attraversate da autobotti. Per portare acqua dove non arriva. Le cosiddette bonze – così vengono chiamate – prelevano acqua abusivamente, in alcuni casi fino a cinquemila litri alla volta, destinandola alla rivendita. Quando carabinieri e gestori del servizio idrico hanno iniziato i controlli, qualche giorno fa, bloccando i mezzi irregolari e comminando sanzioni, è successo l’imprevedibile: le autobotti, per protesta, si sono fermate tutte. Una sorta di ammutinamento collettivo. Risultato: la città è rimasta senz’acqua. I bar, i ristoranti, le attività commerciali e le famiglie. I cittadini allora hanno iniziato a protestare: rivogliono le autobotti. Anche se sono abusive. Anche se il costo, in nero, è di 100 euro per 7.000 litri. Perché se no, rimangono senza acqua: la legalità è inutile, senza un servizio idrico efficiente.
Il corto circuito è tutto qui. A Canicattì, come in molte parti della Sicilia, l’approvvigionamento idrico si regge da anni su un equilibrio precario, dove l’emergenza diventa sistema e l’irregolarità supplisce all’assenza di un servizio efficiente. Le autobotti riempiono un vuoto strutturale: portano acqua là dove la rete pubblica non arriva, o arriva a singhiozzo. Quando lo Stato prova a imporre la legalità, quel fragile equilibrio si spezza. E la città si ritrova a secco.
Sotto la pioggia.
Nel frattempo, l’ente gestore, Aica, ha avviato azioni di contrasto e promesso interventi per rimettere in funzione pozzi e serbatoi. Il prefetto è intervenuto, sono stati annunciati controlli, riparazioni, nuove attivazioni. Ma il danno, simbolico prima ancora che materiale, è fatto. A Canicattì piove, eppure l’acqua non arriva ai rubinetti. Piove, ma il sistema non la intercetta, non la conserva, non la distribuisce.
Questa storia non è un’anomalia locale. È una metafora perfetta dell’isola intera. L’acqua cade dal cielo con una violenza inedita, alimenta frane, allagamenti, mareggiate. Ma scivola via, si perde, evapora nella rete colabrodo delle infrastrutture, nei bacini mai completati, nelle dighe semivuote, nei sistemi di gestione commissariati da decenni. La Sicilia affoga e resta assetata.
E allora la domanda ritorna, ancora più scomoda: il problema non è più il clima, ma lo Stato delle cose. Non è la siccità, ma l’incapacità cronica di trattenere, governare, distribuire una risorsa che ora c’è. L’acqua, in Sicilia, cade. Ma non resta. E quando resta, spesso non è per tutti.
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