La fiction sulla cattura di Messina Denaro e quei pizzini inventati
In questa terza tappa del nostro viaggio nelle differenze tra verità drammatica e verità giudiziaria della fiction L’Invisibile andata in onda su Rai Uno nei giorni scorsi, ci occuperemo di pizzini.
Nella fiction
“Tra picca l’anniversario… non veniri a camminari tra li ombri di li ricordi…”.
È il pizzino di Matteo Messina Denaro intercettato dai Ros della squadra di Lucio Gambera. Nella fiction, è il momento giusto per catturare il boss che, in occasione dell’anniversario della morte del padre Francesco, avrebbe potuto recarsi al cimitero per una visita alla cappella di famiglia.
Si tratta del secondo tentativo, dopo la mancata cattura in seguito alla quale a Gambera e ai suoi uomini viene dato un ultimatum: se non riusciranno a catturarlo entro tre mesi, la squadra verrà smantellata. Allora entrano nella cappella dei Messina Denaro e, tra ripiani di marmo, lumini e vasi di fiori, nascondono delle cimici e una microtelecamera. Ma anche questo tentativo va in fumo, perché alla sorella Rosalia, proprio mentre si trova lì a cambiare i fiori, arriva un messaggio sullo smartphone: “U silenziu d’u cimiteru nun è sempri silenzusu. I morti hannu ucca e urecchi”. Lei capisce, trova microfoni e telecamera e li butta nella fontana del cimitero.
Nella realtà
Nella realtà, le telecamere (che poi erano solo delle cimici) nella cappella dei Messina Denaro non furono messe tre mesi prima della cattura, ma nel 1998. Venticinque anni prima. All’epoca, la salma di Francesco Messina Denaro fu interrata in una fossa all’aperto, con una lapide dove era indicato il nome e cognome, le date di nascita e di morte e una piccola foto. Le cimici erano nascoste proprio dietro la lapide. E a mettercele non furono i carabinieri, ma la polizia. Dal momento che i familiari di Matteo evitavano di parlare nei luoghi al chiuso, temendo di essere intercettati, gli inquirenti pensarono che quello poteva essere il luogo adatto per carpire informazioni utili alla latitanza del figlio del patriarca mafioso ormai defunto. Latitanza che si protraeva dal giugno del 1993 (“appena” 5 anni).
Ma pare che dopo un violento temporale, i parenti in visita si accorsero di alcuni fili che penzolavano da dietro e denunciarono la cosa… alla polizia.
Nessuna talpa e nessun messaggio sullo smartphone che, ovviamente, nel 1998 non era stato ancora inventato. Esigenze narrative, dunque, proprio come quel pizzino che nella fiction ha dato lo spunto all’operazione. Un pizzino che nella realtà Matteo Messina Denaro non ha mai scritto.
I pizzini
Nella miniserie non c’è nessun pizzino scritto da Messina Denaro. I testi e la grafia di tutti i bigliettini sono completamente inventati, sempre per esigenze narrative. E sono scritti in un dialetto siciliano sbagliato. Per esempio, nel territorio della provincia di Trapani, nessuno scriverebbe “non veniri a camminari tra li ombri di li ricordi”, ma più correttamente “Un veniri a caminari, ‘mmezzu a l’ummiri di li ricordi”. Ma c’è di peggio: “Preferiscu stari luntanu in stu periodu”. Insomma, è evidente che per la realizzazione di queste frasi, gli autori della fiction non si siano avvalsi di alcun consulente.
Inoltre, nella fiction, si afferma che i grafologi hanno detto che la calligrafia è femminile, i tratti sono morbidi e la pressione è incerta, quasi esitante. Gambera aggiunge che è sgrammatico, il siciliano in cui è scritto è forzato… Anche questo è distantissimo dalla realtà: Messina Denaro non ha mai scritto pizzini in siciliano e non è mai stato sgrammatico.
E allora bisogna prendere la miniserie per quella che è. Con la consapevolezza che non è un documentario, ma una produzione televisiva di Pietro Valsecchi che non può mai essere considerata la fedele ricostruzione della caccia a Messina Denaro durata trent’anni. Anche perché, sarebbe mai stato possibile che la traduzione di quella frase siciliana (?) fosse stata affidata a RAM, l’unico della squadra che nella realtà era di Bergamo?
I pizzini poi, hanno una realtà giudiziaria ed una realtà storica che sembrano non coincidere.
Quella giudiziaria si basa su una vecchia perizia calligrafica che nessuno mise in dubbio nel corso degli anni, secondo la quale la grafia dei bigliettini non sarebbe stata del latitante, ma di un amanuense che scriveva per lui e che, addirittura, ne interpretava i pensieri trasformandoli in testo scritto. La grande quantità di pizzini trovata dopo il suo arresto ci racconta invece un’altra storia: a scrivere è lo stesso Matteo Messina Denaro. Lo conferma anche una perizia calligrafica di 237 pagine disposta dalla criminalista Katia Sartori, su incarico della moglie dell’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino che, nei primi anni del 2000, d’accordo col Sisde aveva agganciato il boss per permetterne la cattura.
Però la miniserie, per gli appassionati del genere, come Squadra Antimafia e Distretto di Polizia, è da vedere. A patto di non pensare che la televisione ci possa far conoscere cosa sia successo davvero in questi trent’anni di latitanza.
Nella prossima parte vi parleremo di RAM e della sua vera storia.
Egidio Morici
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