Trapani e il bivio dell’acqua: dissesto, politica e limiti da rispettare
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che una città di mare si ritrovi a discutere, ancora una volta, dell’acqua come minaccia. Trapani, città di mare, ha scoperto che il suo nemico è l’acqua che ristagna, che preme, che cerca varchi laddove l’uomo ha creduto di poter tracciare confini definitivi.
Il Consiglio comunale straordinario del 16 febbraio ha avuto il tono delle sedute che segnano un passaggio: non una semplice discussione tecnica, ma un confronto che tocca l’idea stessa di città e fotografa l’idea che chi siede in quel consesso ha della politica. Da un lato l’amministrazione e la maggioranza, compatte nel sostenere lo studio dell’ingegnere Simone Venturini, dall’altro un’opposizione divisa tra chi alza barricate e chi, più pragmaticamente, tenta di discutere e restare sui temi.
L’acqua, come nella lezione di Eraclito, non è mai la stessa, ma neppure la città lo è. Venturini ha pronunciato parole che suonano come un monito: “Trapani vive una situazione a rischio, non possiamo aspettare l’evento tragico per intervenire”. È l’eco di una hybris moderna, quella che negli anni Settanta ha accompagnato il boom edilizio di Erice valle e Trapani, con un’urbanizzazione spregiudicata. Oggi quella stagione appare come un progresso che si è
trasformato in vulnerabilità strutturale.
Il progetto di Venturini va avanti. Si parla di ripristino dei canali, anche a cielo aperto; il Canale Scalabrino, secondo l'amministrazione, non è un mito urbano: è la prova che la città ha progressivamente rimosso la propria geografia naturale. Come nei romanzi di García Márquez, ciò che viene sepolto ritorna, e spesso ritorna con violenza.
La verità è meno comoda: l’espansione edilizia degli anni Settanta ha alterato un territorio che oggi presenta il conto. La decisione di vincolare l’area attorno all’ex salina Collegio-Modica e di ritirare il documento preliminare al PUG per inserirvi un divieto edificatorio è un segnale politico preciso, non solo un dettaglio tecnico.
Se Maurizio Miceli (FdI) ha invocato la prudenza con un approccio incrementale contro una visione sistemica, Giacomo Tranchida rifiuta la gestione emergenziale permanente e rivendica la necessità di interventi strutturali, in una divergenza non solo tecnica, ma di paradigma.
In questo quadro si inserisce la nota della deputata regionale Cristina Ciminnisi, che rivendica la coerenza del Movimento 5 Stelle sulla difesa idraulica e sulla sostenibilità ambientale. Il suo intervento – pur assente fisicamente dall’aula – richiama le responsabilità delle scelte di questa amministrazione adottate nel passato, che hanno inciso sulla sicurezza della città: la edificazione della RSA, il via libera alla realizzazione del sottopasso di via Marsala, i tentativi di impermeabilizzazione della Salina del Collegio e il tracciato della strada ZES che avrebbe potuto compromettere un canale.
L’intervento della deputata regionale si colloca nel solco di un ambientalismo che chiede di essere riconosciuto non come ideologia del “no”, ma come grammatica del limite. Il richiamo all’articolo 9 della Costituzione e alla neutralità climatica al 2050 amplia il perimetro del dibattito: Trapani non può essere un’isola politica, ma un tassello di una più ampia architettura europea.
Ma il Consiglio scorso ha mostrato come, tra le fila dell’opposizione, convivano due anime: quella della teatralità, per usare un eufemismo, e quella di chi, come Maurizio Miceli e Peppe Guaiana, ha provato a spostare il confronto sul terreno della politica concreta, fino ad accettare un ordine del giorno condiviso tra maggioranza e opposizione, su proposta di Marzia Patti (Pd).
Infatti, dopo le intemperanze del 7 febbraio, l’aula ha mostrato ancora crepe nel galateo istituzionale, che il presidente Mazzeo ha dovuto schivare esercitando l’arte difficile dell’equilibrismo, mentre dai banchi dell’opposizione si chiedeva addirittura che il sindaco – chiamato “ragioniere”, come se il titolo fosse un’offesa – venisse allontanato dall’aula.
Il Consiglio comunale sul dissesto idrogeologico ha mostrato che la politica trapanese è davanti a un bivio: continuare a discutere pretestuosamente oppure accettare che, se Trapani vuole evitare che il prossimo temporale diventi un processo pubblico alla propria storia recente, dovrà scegliere anche di porsi dei limiti e dei vincoli. E non solo urbanistici.
Perché la vera differenza non sarà tra chi dice sì o chi dice no, ma tra chi governa il rischio e chi
lo rimanda.
E l’acqua, si sa, non aspetta.
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