Tra gli scrittori inglesi più conosciuti del Secondo Novecento un posto a parte lo occupa Lawrence Durrell, inglese per cultura e per educazione, anche se non considerò mai l’Inghilterra come la sua vera patria e non perché nacque in India.
Cittadino del mondo, anticonformista di multiforme ingegno, fu anche pittore, fotografo, musicista.
Ma in primo luogo fu un viaggiatore, nel senso che al viaggio dava Agostino d’Ippona: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina”.
Nel luglio del 1976, dopo un lungo peregrinare negli anni precedenti tra le isole di Kerkyra (Corfù), Rodi, Cipro, il sessantacinquenne Durrell approda in Sicilia, con la consapevolezza di avere il “dovere di visitare l’isola più grande e più bella del Mediterraneo”, da lui percepita come la stupefacente sintesi del mondo ellenico con il quale si era sempre identificato nella vita e nelle opere.
Lo scrittore si fa ingaggiare da un editore per redigere un travel-book, un libro di viaggio in Sicilia ad uso e consumo del turista mordi e fuggi.
Cosa che farà, come egli stesso dice, a “rotta di collo” per due settimane, a bordo di “un pulmino rosso lacca o rosso sangue dal clacson bizzarro”.
E lo fa nella forma più impensabile per uno studioso, in un tour turistico organizzato e banalmente denominato dall’agenzia “Carosello Siciliano”, da far pensare alla stereotipata immagine dell’isola a base di carretti colorati, tarantelle e marranzani.
Un semplice viaggio turistico solo in apparenza, però. La sua fu una scelta strategica. Non solo per il delizioso volumetto di 515 pagine circa uscito l’anno dopo, nel 1977, ma soprattutto per l’adempimento di un impegno morale assunto con una donna tanti anni prima.
Mimetizzato tra un variegato gruppo di turisti, un microcosmo di umanità varia, lo scrittore catturerà l’attenzione del lettore raccontando curiosità, stranezze, siparietti di cui si rendono protagonisti i componenti dell’eterogenea comitiva.
Un campionario di personaggi (un brontolone vescovo anglicano con consorte; una accigliata coppia di francesi; un dentista americano in compagnia di una sua cliente amante; una silenziosa coppia di giapponesi inchinanti con scarpe rosse; una giovane tedesca che legge Goethe; un colonnello dell’esercito indiano alla ricerca continua di una superficie idonea dove battere la sua pipa; un giovane timido archeologo di poche parole; una malinconica francese vittima di un improvviso attacco di aerofagia, tipica malattia del sud della Francia; e persino un inglese ricercato dai carabinieri), da cui, al momento del distacco alla fine del convulso periplo attorno all’Isola, procurerà nel lettore una inattesa malinconia.
Dopo pochissime pagine, si capisce subito di non avere tra le mani una semplice guida turistica, ma un autentico “manuale di storia tascabile” (come qualcuno lo ha definito) di alto spessore letterario e si scoprirà soprattutto che il vero motivo del viaggio non è solo editoriale ma personale e intimo.
Dopo venti anni, con la pubblicazione di “Carosello Siciliano”, con l’aggiunta della Sicilia, dopo Corfù, Rodi e Cipro, si parlerà non più di trilogia di Durrell, ma di quadrilogia dedicata alle isole “più greche” del Mediterraneo.
La prima edizione italiana di Carosello uscì per i tipi di Sellerio nel 1985. Dopo 40 anni, lo scorso dicembre, la stessa casa editrice lo ha ristampato per una seconda edizione.
Rileggendo il libro in questi giorni, ho trovato che il reportage non ha perso il fascino con il quale ci conquistò alla sua prima uscita, appassionati come eravamo a leggere i racconti dei grandi viaggiatori che scesero in Sicilia a partire dalla metà del Settecento.
Furono, per citarne alcuni, i francesi Jean-Pierre Houel, Vivant Denon, Guy de Maupassant, lo scozzese Patrick Brydone, l’uomo che “scoprì” l’Etna, i tedeschi Schinkel e Goethe che la definì “regina delle isole”.
Lawrence Durrell ci appariva come il loro erede, ne incarnava una stupefacente continuità, persino quando distingueva nettamente la Sicilia greca classica da quella contemporanea, anonima e disastrata.
A esempio, quando sottolinea che le strade siciliane sono “polverose, sporche e dissestate”.
Sono gli stessi aggettivi adoperati da Goethe due secoli prima: “si ha paura che, a portar via tutto questo letamaio, si veda ancor più chiaramente in quali pessime condizioni si trovi il lastricato della via; per cui si scoprirebbero alla loro volta anche le magagne della pubblica amministrazione”.
O quando, durante il soggiorno in un hotel, accenna all’eterno problema della mancanza d’acqua descrivendo con ironia il disagio dei viaggiatori i quali, nonostante la rovente canicola estiva, vengono privati di una pur che legittima doccia.
Sembra di leggere il resoconto di un corretto cronista dei nostri giorni.
Ma non solo sull’inefficienza pubblica mette l’accento, anche sui vizi privati.
Come nell’episodio di Agrigento, protagonisti un gruppo di giovani vestiti alla moda con colori sgargianti. Con fare insolente entrano in un bar lasciando acceso il motore dell’auto, mentre il tubo di scappamento vomita fumo e rumore intossicando la cosmopolita comitiva seduta ai tavolini posti sul marciapiedi antistante il locale.
Esempi di odierna maleducazione, si dirà. Ma intanto il mondo legge e ci guarda.
Accanto alla Sicilia classica, anche quella irredimibile con le magagne della pubblica amministrazione, non trascurando i vizi privati di sempre.
Ma il libro di Lawrence Durrell, come abbiamo sopra accennato, non fu solo il risultato di un impegno editoriale.
Dopo pochissime pagine, il lettore smaliziato e attento capisce subito di avere tra le mani non una semplice guida turistica, ma un autentico “manuale di storia tascabile” di alto spessore letterario. E scoprirà soprattutto che il vero motivo del viaggio attiene alla sfera personale e intima dell’autore.
Un’antica promessa fatta alla sua amica Martine, che finalmente si concretizza, e che noi, attraverso il racconto, immagineremo essere stata raffinata, colta e innamorata folle della Sicilia.
Nelle due settimane lungo le strade polverose dell’Isola, sarà lei a fargli da guida spirituale tramite un corposo epistolario.
Conosciutisi a Cipro, e attratti dalla comune “estasi mediterranea dell’isolomania”, Martine, attraverso le lettere che gli aveva scritto negli anni dalla Sicilia, lo condurrà idealmente per mano lungo i gradoni del teatro greco di Siracusa, tra le colonne di Selinunte abbattute dal devastante terremoto, accarezzate dal vento della storia e vilipese dalla tracotanza dei βάρβαροι (barbari) di sempre, ben rappresentati oggi da palazzinari e politici di turno.
E ancora più avanti, verso occidente, fino a giungere al tempio di Segesta, “saggio come un elefante che porta il peso del mondo sul dorso”, in un’atmosfera che gli ricorda la tranquilla Olimpia del Peloponneso.
“Mi resi conto, allora,” annota l’autore, “che la Sicilia non era soltanto un’isola bensì un subcontinente la cui storia complessa e la varietà di paesaggi confondono, e non è esagerato pensarlo!, il visitatore che non disponga di almeno tre mesi da dedicare ad essi e alle culture e alle civiltà stratificatesi nei millenni.”
Alla fine del viaggio, dall’alto di quella Montagna sempre in movimento, Lawrence Durrell conclude con un messaggio:
“Riflettei su quanto fortunato fossi stato a passare tutta la mia vita, in giro per il Mediterraneo, ad assistere alle sue inimitabili aurore e a contemplare tante volte il sole e la luna allineati nello stesso cielo”.
C’è da chiedersi quanti di noi, figli di questo Mediterraneo che ci avvolge e ci assedia fin dalla nascita, si siano mai concessi una riflessione così intima e destabilizzante.
Quanti di noi hanno saputo fermarsi, anche solo una volta, a contemplare il cielo al crepuscolo, quando il giorno cede lentamente il passo alla notte e il sole e la luna condividono lo stesso spazio.
È un istante raro e silenzioso, l’unico in cui il cielo concede al Sole e alla Luna, a questi due eterni innamorati, di incontrarsi, sfiorarsi, unirsi in un abbraccio universale.
Un attimo sospeso, carico di mistero, che ci ricorda quanto la bellezza sia spesso nascosta nelle cose più fugaci, e quanto sia necessario imparare a guardare e riconoscere gli Altri.
Franco Ciro Lo Re