Meno sbarchi, più morti: la strage invisibile dopo il ciclone Harry
Il cadavere è stato trovato verso sera. Galleggiava, gonfio e grigio nel mare vicino San Vito Lo Capo. Se non fosse stato per quell’ultimo raggio di sole, quasi una carezza pietosa della luce al tramonto, il marinaio che con la sua piccola imbarcazione stava esplorando la costa per la prima battuta di pesca dopo giorni di bufera non se ne sarebbe neanche accorto.
È una storia che si ripete da anni, nel Mediterraneo: esci per calare le reti, ti ritrovi a recuperare corpi.
La trafila è sempre la stessa: Guardia Costiera avvisata, motovedetta in mare, vigili del fuoco a riva, ambulanza “per sicurezza”, il recupero, l’identificazione quasi impossibile, le procure che aprono fascicoli contro ignoti. E poi un’altra inchiesta. E un’altra ancora.
Perché i corpi sono tanti.
Con l’ultimo ritrovamento, domenica sugli scogli di Bue Marino a Pantelleria, il bilancio nelle ultime due settimane tra Sicilia occidentale e Calabria è salito a quindici salme: sei a Pantelleria, due a Custonaci, una a Trapani vicino alla Colombaia, una a Marsala – un uomo con giubbotto salvagente –, una a Petrosino sulla spiaggia di Torrazza, una a San Vito Lo Capo, quattro sulle coste tirreniche del Vibonese e del Cosentino. In molti casi i corpi erano in avanzato stato di decomposizione, a volte mutilati, tanto che spesso non è possibile stabilire nemmeno il sesso.
Tutti possibili migranti, vittime di naufragi avvenuti nei giorni del ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio, quando il Mediterraneo centrale è stato spazzato da venti violenti e correnti incrociate.
Ma la dimensione del fenomeno va ben oltre la cronaca locale.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 almeno 606 persone risultano morte o disperse nel Mediterraneo. È il “più mortale inizio d’anno” da quando l’agenzia Onu ha iniziato a raccogliere dati nel 2014. Solo sulla rotta del Mediterraneo centrale, al 21 febbraio, si contano 501 morti o dispersi.
Un dato che cresce di settimana in settimana. Tra le vittime più recenti, almeno trenta persone risultano morte o disperse dopo il ribaltamento di un’imbarcazione partita da Tobruk, in Libia, e affondata al largo di Creta durante il maltempo.
In Italia, negli ultimi giorni, quindici corpi sono affiorati sulle spiagge di Calabria e Sicilia. È la coda visibile di una tragedia più ampia.
Nel 2025, secondo l’Oim, oltre 2.100 migranti sono morti o scomparsi tentando di attraversare il Mediterraneo. E mentre i governi europei rivendicano la riduzione degli sbarchi, la rotta centrale resta la più letale al mondo.
Le Chiese locali lo hanno detto con parole nette. I vescovi di Calabria e Sicilia hanno parlato di scelte politiche disumane, invitando a non misurare il successo contando solo chi arriva, ma anche chi muore. A Trapani, il vescovo Pietro Maria Fragnelli ha celebrato una Messa nella Cattedrale di San Lorenzo in memoria delle vittime dei naufragi e della tratta, nel giorno dedicato a Giuseppina Bakhita. «Dignità per la povera migrante approdata morta sugli scogli della nostra terra», ha detto riferendosi al corpo ritrovato vicino alla Colombaia.
Dignità. È la parola che ritorna.
Intanto nel porto di Livorno è attesa la nave ong SOS Méditerranée con a bordo 147 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale dalla Ocean Viking, dopo un primo intervento su 97 persone – tra cui 14 minori non accompagnati – partite da Zuwarah, in Libia. L’assegnazione di un porto distante oltre tre giorni di navigazione è diventata ormai prassi.
E mentre alcune vite vengono salvate, altre continuano a scomparire.
A Qasr al-Akhyar, a est di Tripoli, la Mezzaluna Rossa libica ha recuperato sette corpi su una spiaggia, tra cui tre bambini. È la stessa costa da cui migliaia di persone tentano ogni anno la traversata.
Le cifre ufficiali non riescono a raccontare la totalità dell’assenza. Il collettivo Refugees in Libya parla di circa mille dispersi nei giorni del ciclone Harry, incrociando le segnalazioni di parenti e amici che non hanno più notizie dei loro cari.
C’è l’appello di Semeka, rimasta bloccata a Sfax dal 2023. Il 18 gennaio suo fratello è partito con la compagna e un’amica, direzione Italia. Da allora nessuna notizia. Oggi chiede alle autorità italiane di identificare i corpi riaffiorati lungo le coste siciliane. Chiede nomi. Chiede certezza. Chiede dignità.
C’è un paradosso che attraversa questo inizio d’anno: meno arrivi registrati, più morti accertati. Il governo italiano rivendica la riduzione degli sbarchi – 66.296 nel 2025, circa la metà rispetto al 2023 – come prova dell’efficacia delle politiche di contenimento, dagli accordi con Libia e Tunisia fino alle nuove norme sui blocchi navali in caso di “pressione eccezionale”.
Ma se le partenze non si fermano e gli arrivi diminuiscono, la differenza si colma in mare.
Il Mediterraneo non è diventato meno attraversato. È diventato più silenzioso.
I corpi che riaffiorano tra Pantelleria e Tropea sono la prova concreta che la rotta non è chiusa: è semplicemente più mortale. E ogni cadavere recuperato, senza nome, senza storia ufficiale, rimette al centro una domanda che la politica preferisce eludere.
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