I maestri di Gibellina, il Belìce e l’utopia ferita della città d’arte
C’è un terremoto che non finisce mai. Non è solo quello del 15 gennaio 1968, che cancellò in pochi secondi la vecchia Gibellina e devastò la valle del Belìce. È il terremoto della memoria, dell’identità, dell’utopia civile che prova a farsi città.
Con la ripubblicazione per Sellerio de I maestri di Gibellina, Salvatore Camarrone riapre una ferita e insieme un laboratorio. E lo fa con uno sguardo che non si lascia incantare né dalla retorica della rinascita né dal cinismo del fallimento.
Il risultato è un libro-inchiesta che racconta un sogno collettivo: costruire non solo case nuove, ma una comunità nuova.
Il libro-inchiesta: la ricostruzione vista dal basso
Il punto di partenza è il sisma del ’68. Case crollate, paesi sbriciolati, vite sospese. Da lì nasce Gibellina Nuova, trasferita altrove, progettata come una città-manifesto.
Camarrone sceglie una strada precisa: non racconta la ricostruzione dal punto di vista dei grandi nomi, ma da quello dei cittadini. Fabbri, scalpellini, ceramisti. Le donne dei “prisènti”. Gli attori delle Orestiadi. I tecnici nelle officine che trasformano disegni in ferro e pietra.
I “maestri” del titolo non sono solo gli artisti celebrati nei cataloghi. Sono anche gli artigiani che hanno tradotto le idee in materia. È nelle officine che il libro trova il suo cuore narrativo: lì dove l’arte smette di essere concetto e diventa fatica, mestiere, competenza trasmessa.
È una controstoria che incrina l’immagine ufficiale della “città d’arte nel deserto”.
L’utopia civile: memoria del futuro
A guidare quella stagione fu il sindaco Ludovico Corrao, figura centrale e controversa. Per lui Gibellina doveva diventare il simbolo di un ricambio civile, un laboratorio internazionale nel cuore della Sicilia interna.
L’idea era radicale: non ricostruire la memoria del passato, ma la memoria del futuro. Imprigionare il vecchio paese – con la sua miseria e la sua poesia – nel Grande Cretto di Burri, monumento-sudario che sigilla le rovine.
Il Cretto è la metafora perfetta dell’ambivalenza di quell’esperimento: sacrario e sepolcro. Per alcuni luogo di elaborazione del lutto, per altri pietrificazione di una vita che non è più tornata.
Intorno, Gibellina Nuova cresce come un cantiere permanente di arte pubblica. Arrivano architetti e artisti da tutta Italia e dall’estero. Nascono le Orestiadi di Gibellina, il Museo d’arte contemporanea, workshop e laboratori.
La periferia siciliana diventa centro di sperimentazione internazionale. Ma non senza fratture.
Centro e periferia: tra conflitto e foresteria
Il libro insiste su una dialettica mai risolta: maestri venuti da fuori e maestri interni alla comunità. Progetti calati dall’alto e appropriazioni dal basso.
Per decenni Gibellina è stata osservata più da visitatori, critici e fotografi che da abitanti. Molti residenti hanno vissuto spaesamento, distanza, talvolta disillusione. Altri hanno trovato nelle Orestiadi e nei laboratori un’occasione di riscatto identitario.
Il rapporto tra centro e periferia attraversa ogni pagina. La Sicilia interna, per un tratto di storia, diventa laboratorio avanzato del contemporaneo. Ma resta anche luogo di marginalità economica, di lavoro fragile, di aspettative non sempre mantenute.
Quanto di quell’utopia ha prodotto cittadinanza e occupazione reale? E quanto è rimasto un grande progetto simbolico?
Camarrone non dà risposte definitive. Ma pone le domande giuste.
Il bilancio di una stagione
A quasi sessant’anni dal terremoto, la ripubblicazione del libro arriva in un tempo che parla di PNRR, rigenerazione urbana, ricostruzioni post-disastro.
Gibellina torna ad essere una chiave di lettura. Ricostruire significa solo rifare muri o reinventare comunità?
L’esperimento gibellinese ha mostrato che l’arte può essere dispositivo educativo diffuso, occasione di confronto, spazio di cittadinanza. Ma ha anche rivelato i rischi di una modernità che non sempre riesce a farsi quotidianità condivisa.
I maestri di Gibellina è dunque insieme cronaca, memoria e bilancio critico di una stagione politico-culturale irripetibile. Un libro che restituisce complessità, senza agiografie né demolizioni facili.
E che, soprattutto, rimette al centro chi ha lavorato nell’ombra: i maestri senza nome, quelli che hanno trasformato un’utopia in materia.
Nel Belìce, dove tutto sembrava finito, qualcuno ha provato a costruire il futuro.
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