Selinunte, il business della posidonia: tangenti e mafia dietro i lavori del porto
Un problema ambientale che da anni blocca il porticciolo di Marinella di Selinunte sarebbe diventato anche un affare tra imprenditori, dirigenti pubblici e ambienti vicini alla mafia.
È uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi e dell’imprenditore favarese Carmelo Vetro, e che vede indagato anche l’ex europarlamentare ed ex dirigente regionale Salvatore Iacolino.
Le indagini della Squadra Mobile di Trapani e della DIA ricostruiscono un sistema di rapporti tra imprese, pubblica amministrazione e soggetti legati alla criminalità organizzata attorno agli appalti per il dragaggio del porticciolo e lo smaltimento della posidonia e dei sedimenti del fondale.
Il contesto dell’indagine
Nell’ambito della stessa indagine la Procura di Palermo ha disposto perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici di Salvatore Iacolino, nominato pochi giorni fa direttore generale del Policlinico di Messina.
L’ex eurodeputato è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Secondo i magistrati avrebbe messo a disposizione del boss di Favara Carmelo Vetro, già condannato per mafia, la propria rete di relazioni politiche e istituzionali per favorire gli interessi economici suoi e di imprenditori a lui collegati, tra cui Giovanni Aveni, titolare della società AN.SA. Ambiente.
Secondo l’accusa, quando era dirigente generale della Pianificazione strategica dell’assessorato regionale alla Salute avrebbe anche sollecitato procedimenti amministrativi indicati da Vetro e favorito contatti con dirigenti della pubblica amministrazione. In cambio avrebbe ricevuto finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzioni.
Durante le perquisizioni gli investigatori hanno trovato circa 90 mila euro in contanti. Nel frattempo il presidente della Regione Renato Schifani ha disposto la sospensione dagli incarichi, mentre Iacolino, tramite i suoi legali, si è dichiarato estraneo ai fatti e si è dimesso dalla guida del Policlinico di Messina.
L’appalto da 200 mila euro per il porto
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori emerge quello legato ai lavori nel porto di Marinella di Selinunte.
Al centro della vicenda c’è il progetto per i “lavori urgenti e indifferibili di dragaggio dei fondali del porticciolo”, finanziato dalla Regione Siciliana con circa 200 mila euro e affidato alla società Cosmak srl con uno sconto superiore al 50% sull’importo a base d’asta.
Responsabile unico del procedimento e direttore dei lavori era proprio Giancarlo Teresi, dirigente del Dipartimento regionale delle Infrastrutture.
Secondo gli investigatori, attorno a questo appalto si sarebbe sviluppato un sistema corruttivo che avrebbe consentito ad alcune imprese di inserirsi nella gestione dei lavori e soprattutto nella fase più redditizia dell’intervento.
Il vero affare: il trasporto dei sedimenti
Il progetto prevedeva due fasi operative.
La prima riguardava il dragaggio del porticciolo, con la rimozione di sabbia, detriti e posidonia accumulati sulle banchine.
La seconda prevedeva il trasporto e lo smaltimento dei sedimenti, circa 400 tonnellate di materiale, dopo la caratterizzazione chimica dei campioni.
Ed è proprio su questa fase che, secondo la Procura, si sarebbe concentrato il vero affare economico.
Gli investigatori ritengono infatti che il dirigente regionale avrebbe esercitato una pressione sulla ditta aggiudicataria affinché si rivolgesse alla AN.SA. Ambiente srl, società formalmente intestata ad Antonio Lombardo ma ritenuta riconducibile all’imprenditore Carmelo Vetro.
Secondo la ricostruzione della Procura, il dirigente pubblico avrebbe indicato alle imprese vincitrici degli appalti la società a cui affidare servizi, noli di mezzi o lavorazioni accessorie.
Una “segnalazione” che diventava di fatto vincolante, perché difficilmente le imprese avrebbero potuto ignorare le indicazioni provenienti da chi controllava le procedure tecniche e amministrative.
In questo modo, secondo gli investigatori, imprese vicine ad ambienti mafiosi riuscivano comunque a entrare nei cantieri pubblici, anche attraverso incarichi sotto soglia e quindi meno esposti ai controlli antimafia.
La busta da 1.500 euro negli uffici regionali
Uno degli episodi documentati nell’indagine riguarda il passaggio di denaro tra l’imprenditore Carmelo Vetro e il dirigente regionale.
Secondo l’accusa si trattava di una tranche di pagamento legata proprio ai lavori del porto di Selinunte, in particolare per facilitare i pagamenti degli stati di avanzamento lavori e garantire alla società indicata la possibilità di operare nel cantiere.
Nel polo tecnologico di Castelvetrano — dove veniva conferita la posidonia — gli investigatori hanno documentato la presenza di Carmelo Vetro e di Giovanni Filardo, cugino del capomafia Matteo Messina Denaro.
Secondo gli atti dell’indagine, i due frequentavano l’impianto e partecipavano alle attività di smaltimento pur non comparendo formalmente tra le imprese coinvolte nei lavori.
Il caso del porto di Selinunte rappresenterebbe così uno degli esempi più evidenti di come un intervento pubblico nato per risolvere un problema ambientale possa trasformarsi in terreno di affari per imprese compiacenti e ambienti criminali.
Chi è Giancarlo Teresi
Giancarlo Teresi, 66 anni, palermitano, è stato per anni uno dei dirigenti più influenti del Dipartimento regionale delle Infrastrutture della Regione Siciliana. Alla guida del Servizio Infrastrutture marittime e portuali, aveva un ruolo chiave nella gestione di appalti pubblici legati ai porti dell’isola, ricoprendo spesso incarichi delicati come Responsabile unico del procedimento (RUP) e coordinatore della sicurezza nei cantieri.
Secondo la Procura di Palermo, proprio questa posizione gli avrebbe consentito di esercitare un forte potere decisionale su lavori pubblici e affidamenti, favorendo – in cambio di denaro e altre utilità – imprese legate all’imprenditore favarese Carmelo Vetro, condannato per mafia.
Non era la prima volta che il nome di Teresi compariva in un’indagine per corruzione. Nel 2020, quando era ingegnere capo del Genio civile di Trapani, fu coinvolto in un’inchiesta sui lavori di dragaggio del porto di Mazara del Vallo, del valore di oltre un milione di euro. Secondo l’accusa avrebbe ricevuto denaro e altri benefici da imprenditori interessati agli appalti, tra cui l’acquisto di un’auto d’epoca e soggiorni in hotel.
Nell’inchiesta attuale i magistrati ipotizzano che Teresi abbia agito come sponsor occulto delle imprese riconducibili a Vetro, consentendo alla società AN.SA. Ambiente di entrare nei cantieri portuali nonostante i divieti antimafia. Secondo gli investigatori avrebbe inoltre favorito anche i fratelli Giovanni e Matteo Filardo, cugini del boss trapanese Matteo Messina Denaro, omettendo controlli e autorizzando la loro presenza in alcuni cantieri legati allo smaltimento dei sedimenti.
Le reazioni politiche
L’inchiesta ha immediatamente acceso lo scontro politico sulla gestione della sanità siciliana.
Il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo, attacca il governo Schifani parlando di «uno dei peggiori governi regionali della Sicilia» e accusa l’esecutivo di aver consentito il proliferare di sistemi di potere mentre i pazienti aspettano mesi per esami e referti.
Le opposizioni del campo progressista hanno annunciato una conferenza stampa congiunta all’Ars per chiedere le dimissioni del governo.
Durissimo anche il Movimento 5 Stelle: il coordinatore regionale Nuccio Di Paola chiede le dimissioni del presidente della Regione Renato Schifani, mentre il capogruppo all’Ars Antonio De Luca sollecita la sospensione della nomina di Iacolino a direttore generale del Policlinico di Messina e chiede che il presidente riferisca in Aula sulla situazione della sanità siciliana. In serata Schifani ha tolto tutti gli incarichi a Iacolino.
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