Sea Watch disobbedisce: “Rotta su Trapani”. A bordo 57 persone salvate in mare
La Sea Watch 5 ha deciso di rompere gli indugi e puntare verso la Sicilia. Non verso il porto assegnato dalle autorità italiane, Marina di Carrara, ma verso Trapani, il porto più vicino. La motivazione è durissima, ed è scritta nero su bianco nel messaggio pubblicato dall’organizzazione su X: “È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani”.
La nave umanitaria si trova da giorni nel Canale di Sicilia, in un tratto di mare davanti alla costa occidentale dell’isola, già alle prese con onde alte e condizioni meteo complicate. A bordo, dopo i primi trasferimenti autorizzati, restano 57 persone soccorse nel Mediterraneo centrale. La Sea Watch denuncia che costringerle ad affrontare altri 1.100 chilometri di navigazione fino alla Toscana, con mare grosso e una situazione sanitaria delicata, significherebbe sottoporle a un trattamento disumano.
Il porto assegnato era Marina di Carrara
La vicenda nasce dopo due operazioni di soccorso compiute dalla Sea Watch 5 tra domenica e lunedì nel Mediterraneo centrale. Secondo le ricostruzioni disponibili, i naufraghi recuperati erano 93. Per nove di loro le autorità italiane avevano già autorizzato uno sbarco d’emergenza a Lampedusa. A quel punto, per gli altri era stato indicato come porto di approdo Marina di Carrara, cioè una destinazione a tre o quattro giorni di navigazione dalla Sicilia.
Ed è qui che il caso diventa politico, oltre che umanitario. Perché la nave era già in prossimità della Sicilia occidentale, davanti a Campobello di Mazara, mentre il mare peggiorava. Secondo l’equipaggio, affrontare la lunga rotta verso nord in quelle condizioni avrebbe esposto le persone a bordo a rischi ulteriori, anche per la presenza di soggetti vulnerabili, minori, persone in ipotermia e con problemi di salute.
L’intervento del Tribunale di Palermo
Sea Watch si è quindi rivolta al Tribunale per i minorenni di Palermo, chiedendo almeno lo sbarco immediato dei minori e delle famiglie. I giudici hanno accolto il ricorso urgente, disponendo che i più fragili venissero fatti scendere nel porto siciliano più vicino.
In seguito a questo provvedimento, una motovedetta della Guardia costiera ha preso a bordo 20 minori non accompagnati e tre bambini con le rispettive famiglie, trasferendoli a terra in Sicilia. Dopo quel trasbordo, sulla Sea Watch 5 sono rimaste 57 persone. Ed è a quel punto che l’ong ha deciso di non proseguire verso Carrara e di dirigersi invece verso Trapani.
“Non possiamo continuare”
Nel messaggio diffuso online, Sea Watch usa parole che non lasciano molto spazio alle sfumature. L’organizzazione parla apertamente di “tortura di Stato” e accusa il governo italiano di imporre una rotta irragionevole a persone già provate da naufragi, freddo, paura e giorni di mare. Una formula pesante, certo. Ma anche il segnale di uno scontro che ormai non riguarda più soltanto l’assegnazione di un porto, bensì il principio stesso di come si gestiscono i soccorsi nel Mediterraneo.
Il nodo è sempre lo stesso: assegnare alle navi umanitarie porti molto lontani rispetto all’area del salvataggio. Una scelta che, nelle intenzioni del Viminale, serve a distribuire gli sbarchi su più territori. Ma che le ong contestano da tempo, sostenendo che così si allungano inutilmente i tempi di permanenza in mare per persone spesso in condizioni psicofisiche precarie. In questo caso, secondo Sea Watch, il punto di rottura è stato raggiunto.
Trapani torna al centro della rotta migratoria
La scelta di dirigersi verso Trapani riporta il porto trapanese dentro una geografia che conosce fin troppo bene. Il Canale di Sicilia continua a essere uno dei tratti di mare più drammatici del Mediterraneo, e quando il maltempo si mette di mezzo, ogni decisione diventa più urgente, più complicata, più politica.
Resta ora da capire quale sarà la risposta delle autorità italiane davanti alla decisione unilaterale della nave. Intanto una cosa è certa: mentre a Roma si assegnano i porti sulla carta, nel Canale di Sicilia il mare continua a ricordare che la geografia, a volte, ha la cattiva abitudine di essere più concreta dei decreti.
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