Non cercano sconti, né alibi. Chiedono solo di capire.
Perché Francesco è morto? E soprattutto: si poteva salvare?
In fondo all’articolo l’intervista video ai familiari.
Una vita segnata, poi il crollo
La storia di Francesco non è mai stata semplice. Ma il punto di rottura arriva nel giugno 2024: perde entrambi i genitori in un incidente stradale.
Viveva con loro. Era il suo mondo.
Da quel momento, raccontano i fratelli e la cognata, qualcosa si spezza definitivamente. Alla tragedia si aggiunge un altro colpo: un ordine di carcerazione per una condanna ormai definitiva. Viene trasferito lontano da casa, prima a Catania, poi nel carcere di Augusta.
“Era provato, ma cercava di resistere”, raccontano.
I contatti con la famiglia, però, non si interrompono mai. Telefonate, colloqui, attese.
Fino a metà gennaio.
L’ultima telefonata e il silenzio
L’ultima volta che i familiari sentono Francesco è il 15 gennaio.
Due giorni dopo, il 17, aspettano una videochiamata dal carcere. Non arriva. Succede. Può capitare.
Ma nessuno li avvisa.
Il silenzio continua. Giorni interi. Fino al 21 gennaio, quando i carabinieri bussano alla porta.
Francesco è morto.
“Non sapevamo nulla. Nessuno ci ha avvisati”, raccontano. E qui si apre la prima, enorme domanda: cosa è successo tra il 17 e il 21 gennaio?
I dolori ignorati e il ricovero tardivo
Secondo quanto ricostruito dai familiari e già oggetto di una denuncia, Francesco accusava dolori al petto già dal 14-15 gennaio.
Viene visitato in infermeria. Gli vengono dati antidolorifici.
Brufen. Tachipirina. Come se fosse un’influenza.
Ma il dolore non passa. Peggiora. Diventa insopportabile.
“Non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto”, riferiscono.
Solo il 17 gennaio, quando ormai perde conoscenza, viene trasferito d’urgenza all’ospedale di Siracusa. Entra in coma. Non si riprenderà più.
Muore quattro giorni dopo.
Il referto parla di infarto coronarico.
Ma è proprio questo il punto: se era un infarto, perché non è stato diagnosticato prima?
“Perché è stato portato in ospedale troppo tardi?”
È la domanda che ritorna, ossessiva, nelle parole dei familiari.
Perché, se stava male già dal 15 sera, il ricovero arriva solo il 17? Perché quei dolori sono stati trattati come un malessere qualsiasi?
E ancora: perché nessuno ha informato la famiglia del ricovero e delle condizioni critiche?
“Il carcere aveva tutti i nostri numeri. Non ci hanno chiamato”.
Domande alle quali nessuna istituzione ha risposto e che oggi sono finite in una denuncia per omicidio colposo contro ignoti.
Le testimonianze dal carcere
A rendere il quadro ancora più pesante sono le testimonianze raccolte tra i detenuti.
Il compagno di cella e altri reclusi avrebbero segnalato più volte le condizioni di Francesco. Ci sarebbero state proteste, battiture, richieste di intervento.
Segnali che, secondo quanto riferito, non avrebbero prodotto un cambio di passo nelle cure.
Un racconto che, se confermato, aprirebbe interrogativi ancora più gravi.
Morire di malattia, o di ritardo?
Il caso Aliseo si inserisce in un contesto più ampio e delicato: quello della sanità nelle carceri italiane.
“Dentro, se stai male, ti danno un antidolorifico e basta”, dicono i familiari. Una frase che non è un’accusa formale, ma il riflesso di una percezione diffusa.
E che torna, inquietante, anche in un altro dato: appena quindici giorni dopo la morte di Francesco, nello stesso carcere di Augusta, muore un altro detenuto, un giovane di 34 anni di Siracusa.
Coincidenze? O segnali di un sistema sotto pressione?
Una città scossa, una famiglia che chiede verità
A Mazara del Vallo la morte di Francesco ha lasciato un segno profondo.
La sua storia era conosciuta. La condanna per la rapina alla farmacia Lombardo, il percorso difficile, gli errori.
Ma oggi il punto non è quello.
“Francesco doveva scontare una pena, non morire così”, dicono i familiari.
E in questa frase c’è tutto.
La giustizia che ha fatto il suo corso. E un’altra giustizia, quella che ancora manca.
L’inchiesta e le risposte che mancano
La magistratura ha aperto un’inchiesta. Si attendono gli esiti dell’autopsia e l’analisi delle cartelle cliniche.
Saranno loro a dire se ci sono state responsabilità, negligenze, ritardi.
Ma per la famiglia resta una domanda, semplice e terribile: se quei dolori al petto fossero stati presi sul serio subito, Francesco sarebbe ancora vivo?
L’intervista ai familiari
Ecco l’intervista video ai familiari di Francesco Aliseo. Le loro parole, senza filtri. Il dolore, ma anche la richiesta di verità.
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