Da una richiesta quasi rispettosa, a una pressione insistente, fino alla minaccia di morte evocando la strage di Capaci. È la traiettoria inquietante dei messaggi inviati da un 21enne al direttore di Oncologia dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, finiti al centro di un processo che si è concluso con una condanna.
Il tribunale ha inflitto al giovane, originario del Salernitano, un anno e due mesi di reclusione, oltre a una multa di 5mila euro. Le accuse sono di minaccia a pubblico ufficiale e autocalunnia.
I messaggi al medico
I fatti risalgono al 2023, quando nel reparto diretto da Luciano Mutti era ricoverato Matteo Messina Denaro, ormai in fase terminale.
Il giovane aveva contattato il medico attraverso i social, presentandosi come un presunto “fedelissimo” del boss e sostenendo di averlo frequentato durante la latitanza. Una dichiarazione che si è poi rivelata falsa e che ha portato all’accusa di autocalunnia.
Nel primo messaggio il tono è quasi deferente: una richiesta di cure, un invito a non trascurare il paziente. Ma pochi giorni dopo la situazione cambia.
L’escalation: la minaccia evocando Capaci
Il 10 giugno 2023 arriva il salto di qualità. Il linguaggio diventa esplicito e violento: il giovane minaccia il medico evocando la strage di Capaci, promettendo di “farlo saltare in aria” come accadde a Giovanni Falcone.
Un passaggio che segna il punto più grave dell’intera vicenda, trasformando una pressione indebita in una vera e propria minaccia di morte.
Il contesto: tensioni opposte sul caso Denaro
In aula, il direttore di Oncologia ha ricostruito il clima di quei giorni. Attorno al ricovero di Messina Denaro si muovevano pressioni di segno opposto.
Da un lato, messaggi e sollecitazioni per garantire al boss le migliori cure possibili. Dall’altro, critiche e attacchi per il fatto stesso che venisse curato.
Il medico ha rivendicato la correttezza del proprio operato, spiegando di aver trattato il paziente “come qualsiasi altro”.
La decisione del tribunale
Il collegio giudicante ha riconosciuto la gravità della condotta, soprattutto per il contenuto intimidatorio delle frasi e per il richiamo a una delle pagine più drammatiche della storia italiana.
Il direttore di Oncologia si è costituito parte civile nel processo.