Che il referendum si fosse trasformato, nei fatti, in un voto sulle politiche del governo nazionale e regionale era chiaro a tutti. E domenica mattina le urne si sono riempite come non accadeva da tempo: un’affluenza che raramente si registra perfino alle amministrative. Possiamo chiamarlo, senza enfasi, “il ritorno alle urne”.
Non ha retto la classe dirigente. Gli osservatori più attenti lo avevano previsto: può non piacere ai politicanti di turno – oggi presenti, domani forse no – ma la piazza non si intercetta se non la si frequenta. Si resta chiusi nei salotti, a discutere di equilibri, di poltrone, di posizionamenti personali. Si coltiva il proprio orticello, quello in cui si riesce a sopravvivere più che a far crescere qualcosa. È una classe dirigente autoreferenziale, che non aggrega, che decide in stanze chiuse e gestisce il potere con logiche di autoconservazione, spacciandole per interesse collettivo.
Eppure erano settimane che il vento stava cambiando. Gli umori dei cittadini si erano fatti cupi, complici diversi fattori: dagli scivoloni interni a Fratelli d’Italia – da Giusy Bartolozzi ad Andrea Delmastro – fino a un malessere diffuso che non ha più trovato argini.
Poi c’è la Sicilia. Una terra sfruttata e consumata, a cui è stata tolta persino la speranza. Anni di promesse mai mantenute, neanche per errore. Qui la politica è diventata un risiko permanente: incarichi, nomine, equilibri. Tizio al posto giusto, Caio al posto sbagliato. Ma quando si tratta di assumersi responsabilità, tutto si ferma. I conti regionali saranno anche in ordine, ma manca tutto il resto.
È il governo dei treni simbolici: quelli messi a disposizione dei giovani per tornare dal Nord durante le festività. Viaggi di oltre 24 ore nel 2026. Non una soluzione strutturale, ma un tampone che non risolve nulla. Come per l’acqua: scarseggia nei rubinetti mentre le dighe scaricano a mare. E anche lì, nessun responsabile.
Sul piano nazionale pesano la guerra, l’aumento delle accise, il caro vita, la precarietà lavorativa. Problemi annunciati, mai realmente affrontati. La vita degli italiani è peggiorata. Ed è per questo che è stata bocciata la politica del centrodestra, non il referendum in sé. Diciamolo chiaramente: pochi hanno davvero compreso questa riforma, pochi distinguono tra separazione delle funzioni e delle carriere – la prima già introdotta con la riforma Cartabia.
Male la provincia di Trapani
Onorevoli, assessori regionali, sottogoverno: una classe dirigente che riempirebbe un intero teatro comunale. Eppure questa provincia, pur così rappresentata, ha organizzato male la campagna referendaria, l’ha spiegata peggio e non ha saputo intestarsi alcuna battaglia politica da consegnare al partito. A parte la presenza scenica accanto ai leader di turno, poco o nulla.
La riflessione dovrebbe partire proprio da qui: se una classe dirigente serve solo a occupare spazi, a delimitare potere, a inseguire ambizioni personali, allora non è più classe dirigente. È altro. E non è accettabile che nessuno si assuma mai la responsabilità delle sconfitte. Tanto – si pensa – gli elettori dimenticano in fretta.
Non si illuda il centrosinistra
C’è chi già scalpita e si dice pronto per le elezioni del 2027, regionali e nazionali. Ma con quale leadership? Ancora incerta. Il cosiddetto campo largo è insieme una risorsa e una fragilità: un insieme di anime diverse, più pronte a dividersi che a consolidarsi. L’unità, per ora, resta sulla carta.
Si parla già di primarie, dimenticando che Elly Schlein, Alleanza Verdi e Sinistra e il Movimento 5 Stelle hanno detto no al referendum, mentre altre componenti del centrosinistra hanno lasciato libertà di voto o si sono schierate per il Sì. Primarie per cosa, dunque? Giuseppe Conte e Schlein escono rafforzati da questa fase. In Sicilia il quadro è ancora più frammentato: da una parte Ismaele La Vardera con Controcorrente, dall’altra il Pd di Anthony Barbagallo, poi il Movimento 5 Stelle e l’imprevedibile Cateno De Luca. Tutto è ancora da costruire. Manca la base, prima ancora della sintesi.
L’unica verità
Il dato vero, al di là delle letture di parte, è uno solo: gli elettori sono tornati, ma non per fiducia. Sono tornati per mandare un segnale. E quando la partecipazione cresce non per entusiasmo ma per insofferenza, la politica dovrebbe preoccuparsi sul serio. Perché il voto non è stato un punto di arrivo, ma l’inizio di una resa dei conti che, questa volta, potrebbe non lasciare spazio a chi continua a non voler capire.