L’Italia ha detto no a Sigonella. Ma non è il 1985
Dalla sfida aperta di Craxi al rifiuto di oggi: due dinieghi profondamente diversi.
Ci sono luoghi che non sono basi militari ma metafore. Sigonella è una di queste.
Nel 1985, su quella pista, non si discuteva di procedure. Si decideva chi comandava. Da una parte i militari italiani, dall’altra i soldati americani. In mezzo, un aereo con a bordo terroristi palestinesi e una crisi che poteva diventare qualcosa di molto più grande.
In quella notte dell'ottobre 1985 Bettino Craxi fece una scelta semplice e brutale: no.
No agli Stati Uniti. No all’idea che una base in Sicilia fosse territorio disponibile. No, soprattutto, all’automatismo dell’obbedienza. Non era diplomazia. Era politica allo stato puro ma anche un azzardo.
Perché quella scelta non finì sulla pista, con l'immagine iconica di carabinieri e militari italiani che tenevano sotto tiro militari americani.
I quattro dirottatori dell’Achille Lauro furono arrestati e processati in Italia. Condannati. Rimasti nelle carceri italiane. Ma il mandante, Abu Abbas, venne lasciato partire.
È lì che Sigonella smise di essere una scena militare diventando una decisione politica totale: giustizia da una parte, equilibrio internazionale dall’altra.
Oggi, quarant’anni dopo, Sigonella torna dentro una crisi. Ma senza scena, senza notte, senza fucili.Nessuno ha puntato armi contro nessuno. Nessun presidente ha alzato il telefono per uno scontro frontale. Nessuna dichiarazione epica. Solo una decisione: gli Stati Uniti non possono usare la base per operazioni legate alla guerra in Iran senza autorizzazione italiana. Detta così, sembra una banalità. In realtà è una crepa. Perché negli anni Sigonella è diventata qualcosa di diverso da quella del 1985. Una piattaforma operativa. Un nodo strategico nel Mediterraneo. Un luogo dove passano droni, intelligence, missioni. E soprattutto un luogo dove spesso non si decide davvero a Roma.
Il punto di oggi è tutto qui. Gli americani hanno comunicato un piano di volo quando gli aerei erano già in movimento. Non una richiesta, ma una notifica. Una prassi. Un’abitudine. Ed è lì che il meccanismo si è inceppato. Il governo italiano ha detto no. Non perché ha deciso di sfidare Washington. Non perché ha voluto fare la voce grossa. Ma perché quei voli non rientravano negli accordi. E quindi non si fanno. È una differenza sottile. Ma è lì che si misura la politica.
Nel 1985 l’Italia mostrava la sua sovranità. Oggi, al massimo, la amministra.
Craxi trasformò Sigonella in un confine. Oggi Sigonella resta una base. Con qualche regola ricordata all’ultimo momento. Eppure qualcosa si è mosso. Perché negli ultimi anni il rapporto è stato spesso implicito: gli Stati Uniti fanno, l’Italia prende atto. Oggi no. Oggi si è interrotta una consuetudine. Si è ristabilita una sequenza: prima si chiede, poi si decide. Non è un cambio di alleanza. Non è un atto di indipendenza. Non è una scelta politica "totale" come quella del 1985. Ma non è nemmeno cosa da poco.
Perché la differenza tra un Paese sovrano e uno che non lo è più non sta nei grandi discorsi. Sta nei passaggi invisibili.
Nel 1985, a Sigonella, l’Italia alzò la voce. Oggi non l’ha fatto.
Ma per un attimo — breve, quasi tecnico — non ha detto sì.
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