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03/05/2026 06:00:00

Tutte le volte che la Sicilia è franata: storia di terra che cede e memoria che si ripete

C’è un’immagine che torna sempre, quando si parla di dissesto idrogeologico in Sicilia: una casa che si crepa lentamente, un terreno che scivola verso valle, una strada che sparisce sotto il fango. È l’immagine di Niscemi, nel Nisseno, dove da decenni interi quartieri vivono letteralmente sul bordo del dirupo, tra cedimenti, sgretolamenti e frane mai davvero risolte. Ma Niscemi non è un’eccezione. È piuttosto la regola.

La Sicilia è una lunga mappa di emergenze ricorrenti, dove la terra si muove e l’acqua travolge, e dove – troppo spesso – si interviene dopo, mai prima. Una sequenza storica di frane e alluvioni che racconta non solo la fragilità del territorio, ma anche quella delle scelte pubbliche.

 

Niscemi, simbolo di una fragilità cronica

 

Nel cuore della Sicilia centro-meridionale, Niscemi, con la sua nuova frana dello scorso gennaio, rappresenta una delle ferite più evidenti del dissesto. Le case costruite su terreni instabili mostrano da anni crepe, cedimenti, evacuazioni periodiche. Non è un episodio isolato ma un processo continuo: il terreno si muove lentamente, mentre le comunità restano. Una condizione che si ritrova in molte altre aree dell’Isola, dove la stabilità del suolo è più una speranza che una certezza.

 Gli anni ’50: la grande frattura del Catanese

 

Tra il 16 e il 18 ottobre 1951, una forte ondata di maltempo colpisce il Catanese. Il bilancio è drammatico: 35 morti, circa 300 case crollate, altre 350 danneggiate e 1.500 persone senza abitazione. A Catania, in viale Libertà, un edificio collassa uccidendo 17 persone. È uno dei primi grandi segnali moderni del dissesto siciliano: non un evento isolato, ma una vulnerabilità strutturale.

 

1955–1963: frane storiche e territori che cedono

 

Nel 1955 si riattiva la frana storica di Naso, nel Messinese, già conosciuta dal XVIII secolo. Un movimento enorme: 6 ettari di terreno, circa 250 mila metri cubi di materiale in movimento. Nel 1963, a Licodia Eubea nel Catanese, una frana ancora più imponente – 22 ettari e 6 milioni di metri cubi di terra – si riversa verso il bacino della diga di Ragoleto. Nello stesso anno, in provincia di Messina, si riattiva una frana che aveva già colpito Porta Sottana nel 1922, distruggendo altre 43 abitazioni.

Sempre nel 1963, una crisi estesa investe buona parte dell’Isola: decine di comuni coinvolti, migliaia di ettari compromessi tra Agrigentino, Nisseno, Catanese, Messinese e Palermitano. Niscemi è ancora una delle aree segnate.

 

1966: Agrigento e il modello che crolla

 

Il 19 luglio 1966, ad Agrigento, il rione Addolorata si sgretola. È un crollo lento, quasi annunciato, che consente a molti residenti di mettersi in salvo, ma che evidenzia una gestione urbanistica devastante. La commissione d’inchiesta ministeriale sarà durissima: in dieci anni vengono rilasciati oltre 500 permessi edilizi in un’area già nota per la sua fragilità. Il risultato è un abuso edilizio diffuso: migliaia di vani costruiti senza adeguate verifiche geologiche.

 

 

 

1970–1976: l’anno zero delle alluvioni moderne

 

Il 1970 segna un altro episodio significativo: a Corleone una frana storica lunga 3 chilometri travolge la statale 118 e distrugge un ponte sul vallone Margi. Il fenomeno resterà attivo per anni. Ma è il 1976 l’anno simbolo delle alluvioni siciliane contemporanee.

Tra ottobre e novembre, una sequenza di eventi estremi colpisce l’intera Isola. Fiumi in piena, centri abitati sommersi, infrastrutture paralizzate. Licata viene invasa dall’acqua, mentre a Trapani, il 5 novembre, si consuma una delle tragedie più gravi della sua storia recente: la città viene travolta da una massa d’acqua e fango rimasta intrappolata tra la ferrovia e la nuova litoranea. Il bilancio è di 16 morti.

Poche settimane dopo, nuovi eventi colpiscono l’Isola: ad Agrigento una frana si abbatte sulla Valle dei Templi nei pressi del Tempio di Giunone, mentre a Caltanissetta alcune abitazioni vengono distrutte. E a Trapani bisogna ricordare anche gli allagamenti del 2022, fortunatamente senza vittime con tanti danni.

 

1978–1987: la mappa delle frane continua a espandersi

 

Un censimento del 1978 nell’Agrigentino registra un dato impressionante: una frana ogni 8 chilometri quadrati lungo la costa. Negli anni successivi il fenomeno non si arresta.

Nel 1985 una nuova ondata di maltempo investe la Sicilia orientale: Milazzo, Messina, Tremestieri e Roccalumera vengono colpite da allagamenti e colate di fango. Strade interrotte, ponti crollati, famiglie evacuate.

Nel 1986 ad Aci Castello inizia un lento smottamento della collina sovrastante la statale 114: inizialmente due famiglie, poi decine di evacuazioni, fino al coinvolgimento di strutture turistiche e infrastrutture.

Nel 1987, a Tusa, una frana estesa su 2 chilometri e 150 ettari distrugge abitazioni e servizi pubblici. Nello stesso anno, tra il 29 e il 31 ottobre, il Palermitano viene travolto da nuove alluvioni: torrenti esondati, autostrade interrotte, famiglie evacuate.

 

1987–1990: il dissesto diffuso

 

Nel novembre 1987 Belmonte Mezzagno e Torretta vengono colpite da nuovi eventi estremi. Il torrente Spatola trascina veicoli e fango, mentre decine di famiglie vengono sgomberate. Nel 1990, tra Siracusa e Ragusa, una nuova ondata di maltempo provoca anche vittime: una persona viene travolta da una massa d’acqua. Viene dichiarato lo stato di calamità.

 

Una storia che si ripete

 

Dal 1945 al 1990, in Sicilia, frane e alluvioni causano almeno 52 morti, di cui 35 nel solo Catanese. Le alluvioni nel Trapanese provocano 16 vittime, una nel Siracusano.

Eppure, la risposta è rimasta quasi sempre la stessa: interventi emergenziali, fondi post-disastro, ricostruzioni lente e spesso incomplete. Tra il 1986 e il 1990, per esempio, lo Stato stanzia in Sicilia circa 15,2 miliardi di lire per i danni del dissesto: una quota minima rispetto al totale nazionale.

 

Un presente che somiglia al passato

 

La storia delle frane in Sicilia non è una sequenza chiusa, ma un ciclo che continua. Niscemi, Messina, Agrigento, Catania, Trapani: nomi diversi per lo stesso problema.

Il punto non è più soltanto ricordare gli eventi, ma leggere ciò che li collega: un territorio fragile, una pianificazione spesso insufficiente e una gestione che rincorre l’emergenza invece di prevenirla. Perché in Sicilia, troppo spesso, la terra non smette di muoversi. E la memoria, purtroppo, sì.



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