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29/01/2026 06:00:00

Niscemi, una frana annunciata e il prezzo pagato dai cittadini

«In realtà lì non si sarebbe mai dovuto costruire». È da qui che bisogna partire per raccontare quello che è successo a Niscemi. Da una verità scomoda, ma necessaria, soprattutto oggi che il conto lo pagano i cittadini. Sono le parole che ha detto a Repubblica Tuccio D’Urso, ex capo della Protezione civile regionale.

 

Nel Seicento, quando i Branciforte fondarono il paese, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto secoli dopo. Non c’erano studi geologici, mappe del rischio idrogeologico, né la consapevolezza di come quel versante, affacciato verso il Mediterraneo, fosse fragile per sua natura. Il territorio venne abitato, urbanizzato, vissuto. E il paese è cresciuto lì, su un equilibrio precario che per molto tempo ha retto.

 

Poi una serie di interventi che però non furono abbastanza. Nel 2006 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firmò l’ordinanza di stanziamento di 1,2 milioni di euro per «l’aggravamento della situazione di rischio in uno dei versanti del centro abitato di Niscemi». Nel 2016, governo regionale Crocetta, il progetto da 8 milioni di euro per mettere in sicurezza il costone roccioso e il ripristino della strada provinciale 12 rimase chiuso nei cassetti delle scrivanie palermitane.

 

 

Cosa succede oggi?

 

Come spesso accade in Sicilia, il tempo e l’incuria hanno fatto il resto. Le piogge intense, il cambiamento climatico che estremizza gli eventi meteo, il consumo del suolo, l’assenza di una pianificazione rigorosa: tutti fattori che hanno trasformato una fragilità storica in un’emergenza attuale. La frana di Niscemi non è un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di una somma di errori, omissioni e scelte rinviate.

Ma per i cittadini costruire significa semplicemente abitare. Il nodo vero sta nelle responsabilità più recenti: cosa si è fatto quando ormai era chiaro che quella zona non reggeva più? Oggi Niscemi si ritrova ferita, con famiglie evacuate, strade compromesse e un senso diffuso di paura e impotenza. E mentre si parla di fondi, emergenze e soluzioni tampone, resta una lezione che non può più essere ignorata: non tutto ciò che esiste può essere difeso a ogni costo, se prima non si accetta la verità del territorio.

La storia assolve i Branciforte. Il presente, invece, chiama in causa la politica, la programmazione e la capacità di guardare oltre l’immediato consenso. Perché la frana di Niscemi non è solo un disastro naturale: è lo specchio di un rapporto irrisolto tra l’uomo e la sua terra.

 

Gli sfollati, ricordi e vite

 

Dietro una casa ci sono famiglie rimaste senza nulla. Una casa è odore. È il profumo del caffè al mattino, il sugo della domenica, il bucato profumato steso ad asciugare. È memoria quotidiana, fatta di gesti ripetuti e per questo preziosi. A Niscemi, sotto quella terra che ha ceduto, non ci sono solo calcinacci. Ci sono ricordi sepolti in fretta: fotografie lasciate sui comodini, quaderni di scuola, vestiti scelti per occasioni che ora sembrano lontanissime. Ci sono sapori che non torneranno uguali, perché una cucina non è solo uno spazio, ma un luogo dell’anima.

Quando una casa viene dichiarata inagibile, non è una parola tecnica. È una frattura. È la vita che si interrompe senza preavviso. È uscire con una borsa in mano e capire che dentro non ci può stare tutto quello che sei stato fino a quel momento. Il resto resta lì, fermo, inaccessibile, come se non ti appartenesse più.

Per chi guarda da fuori è una frana. Per chi la vive è uno strappo. È perdere il centro delle proprie giornate, il rifugio, il punto fermo. Niscemi oggi non è solo un’emergenza da risolvere, ma una ferita aperta. Perché le case si possono ricostruire, forse. Gli odori, i saperi, i ricordi e i sapori, quelli no. Quelli restano sospesi sotto la terra, insieme a una parte di chi, da un giorno all’altro, si è ritrovato senza più un posto da chiamare casa.