Dietro una semplice casetta per il book sharing, a Trapani si apre un confronto più ampio sul modo di intendere la cultura e gli spazi pubblici. Dopo l’intervento di Francesca Trapani, che aveva rivendicato la paternità politica del progetto nato da un emendamento del 2019, arriva la replica dell’assessore alla Cultura e al Turismo Rosalia D’Alì.
Il book sharing è un sistema di condivisione gratuita dei libri: piccole librerie pubbliche dove chiunque può prendere un volume, leggerlo e poi restituirlo oppure lasciarne un altro. Un modello diffuso in molte città italiane ed europee, pensato per incentivare la lettura e rendere la cultura accessibile negli spazi urbani quotidiani, come ville, piazze e quartieri.
Ma più che sul tema della “primogenitura”, l’assessore prova a spostare il discorso sul significato stesso dell’iniziativa. “Le casette del book sharing collocate nelle ville comunali non sono un trofeo da rivendicare, ma un servizio nuovo messo a disposizione della città” – afferma.
Un messaggio che sembra voler allontanare il progetto dalla logica delle bandierine politiche e riportarlo al suo obiettivo originario: creare piccoli spazi di condivisione culturale accessibili a tutti. “La cultura non deve diventare terreno di polemica o di rivendicazioni personali” – aggiunge D’Alì – “le idee possono nascere in tanti luoghi e in momenti diversi. Ciò che conta davvero è trasformarle in realtà e consegnarle ai cittadini”.
Nel ragionamento dell’assessore c’è anche una precisa idea di città. Non eventi spettacolari destinati a durare una sera, ma presìdi quotidiani, semplici e permanenti: un libro lasciato su uno scaffale pubblico, un bambino che si ferma a sfogliarlo, una villa comunale che diventa spazio vissuto e non solo attraversato.
Per questo D’Alì insiste sul fatto che il book sharing “non appartiene a un assessore, a un consigliere o a una parte politica”, ma ai cittadini che lo utilizzeranno. E annuncia che le casette arriveranno presto anche in altri punti della città.
La discussione nata attorno al progetto finisce così per raccontare due visioni diverse della politica culturale: da una parte la rivendicazione dell’idea originaria, dall’altra la scelta di puntare sul valore pubblico e condiviso dell’iniziativa.