“Il fatto non sussiste”. Con questa formula il Tribunale di Marsala (presidente del collegio Chiara Vicini) ha assolto l’ex comandante della locale stazione dei carabinieri, il luogotenente Antonio Pipitone, dall’accusa di omissione di atto d’ufficio.
Nello specifico, la ritardata notifica di un atto giudiziario (avviso conclusione indagini preliminari) che fece andare in prescrizione il reato (calunnia) ipotizzato nel procedimento penale che vedeva indagata l’ex dirigente scolastica Antonella Coppola. Ad invocare l’assoluzione era stato anche il pubblico ministero Giuseppe Lisella, che nel corso della sua requisitoria ha sottolineato che “il ritardo nella notifica dell’atto ci fu, ma non c’è prova del dolo, solo una possibile neglienza o cattiva organizzazione dell’ufficio”. A difendere l’ex carabiniere, adesso in pensione, è stato l’avvocato Carlo Ferracane, che ha evidenziato che all’epoca dei fatti (marzo-luglio 2022) “erano undici i luogotenenti in servizio alla stazione e ognuno di loro aveva proprie credenziali e proprio pc per accedere al sistema con cui la Procura trasmette gli atti da notificare e i provvedimenti da eseguire”. In dibattimento è pure emerso che i carabinieri separavano in apposite cartelle gli atti urgenti da quelli meno urgenti.
A far scattare il procedimento penale a carico del militare era stata la denuncia di un ex insegnante marsalese, Vincenzo Giuseppe Laudicina, in passato vice preside del Liceo classico “Giovanni XXIII”, che nel 2016, a seguito di contrasti avuti in una riunione di contrattazione sindacale con l’allora dirigente scolastica Antonella Coppola, era stato denunciato da quest’ultima per minacce. Assolto “perché il fatto non sussiste” nel 2021, l’insegnante (adesso in pensione, come pure la Coppola) querelò la sua ex preside per calunnia. Svolte molto celermente le indagini, ai primi di marzo del 2022, l’ufficio del pm Maria Milia, della Procura di Marsala, incaricò la locale stazione dei carabinieri di notificare alla Coppola l’avviso conclusione indagini preliminari (atto che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio), sottolineando l’urgenza dell’adempimento, considerato il tempo trascorso dai fatti contestati. E quindi, di fatto, il rischio prescrizione. L’atto, però, fu notificato all’indagata oltre quattro mesi dopo, il 13 luglio 2022, quando era ormai scattato il termine di prescrizione. Procedimento, dunque, morto sul nascere.