Da una parte chi parla di occasione storica, turismo internazionale, fondi europei e sviluppo sostenibile. Dall’altra chi teme una gigantesca macchina burocratica pronta a piombare su case, saline, imprese, terreni e perfino sulle vite quotidiane di migliaia di persone.
La candidatura MaB UNESCO delle “Saline di Sicilia” è ormai diventata uno scontro politico e territoriale apertissimo. E adesso nasce anche il fronte organizzato del “no”.
A Paceco è stato ufficialmente costituito il Comitato cittadino spontaneo “Saline Comuni”, formato da residenti, tecnici, agricoltori, professionisti e salinai. Un gruppo che parla senza mezzi termini di “allarme” e che chiede il ritiro immediato della bozza della candidatura UNESCO.
Il clima, ormai, è quello delle grandi battaglie territoriali. Da giorni circolano mappe, perimetrazioni, dubbi, accuse, paure e interpretazioni completamente opposte su cosa potrebbe realmente comportare il riconoscimento MaB dell’UNESCO.
E mentre la politica continua a rincorrere il dossier, sul territorio cresce una domanda semplice: ma alla fine questo MaB cosa cambia davvero?
“Nessun nuovo vincolo”. Ma il territorio non ci crede
Il punto centrale dello scontro è tutto qui.
Il Comitato “Saline Comuni” sostiene che dietro il riconoscimento internazionale possano nascondersi nuove limitazioni future, procedure più lente, ulteriori livelli di controllo e una progressiva paralisi urbanistica ed economica.
Il Comitato promotore della candidatura, invece, prova a spegnere l’incendio con un comunicato congiunto durissimo e molto tecnico: “Il riconoscimento MAB non introduce alcun nuovo vincolo legislativo”.
Secondo i promotori, le regole resterebbero identiche a quelle già esistenti nelle aree sottoposte a tutela ambientale, paesaggistica e naturalistica. Nessuna nuova legge, nessun nuovo blocco, nessuna nuova autorizzazione speciale.
Anzi. Il MaB viene descritto come una gigantesca operazione di marketing territoriale capace di portare:
-turismo internazionale di qualità,
-finanziamenti europei,
-ricerca universitaria,
-investimenti,
-valorizzazione del Sale Marino di Trapani,
-promozione globale del territorio.
Nel comunicato viene citata anche Torino e l’esperienza dell’area “CollinaPo”, indicata come esempio di convivenza tra urbanizzazione e riconoscimento UNESCO.
Ma fuori dai comunicati ufficiali il territorio continua a diffidare.
Il sospetto: “Oggi dicono una cosa, domani arriveranno i piani”
La vera paura non riguarda tanto il logo UNESCO in sé.
Riguarda ciò che potrebbe arrivare dopo.
Ed è qui che il nuovo Comitato affonda il colpo, rilanciando anche i timori espressi dal presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Trapani, Giuseppe Galia.
Secondo il fronte contrario, il problema sarebbe nei futuri strumenti di gestione, nelle linee guida, nelle interpretazioni amministrative e nell’effetto domino che potrebbe crearsi su territori già soffocati da SIC, ZPS, vincoli paesaggistici e norme ambientali.
Tradotto dal burocratese: il rischio, secondo loro, è che ogni pratica — dalla ristrutturazione di una casa all’ampliamento di una cantina, fino agli impianti produttivi dei salinai — finisca dentro una spirale infinita di pareri, compatibilità, verifiche e ricorsi.
Il timore è soprattutto economico.
Perché quando un territorio entra nella percezione di essere “vincolato”, il valore immobiliare cambia, gli investimenti rallentano e le imprese iniziano ad avere paura.
Ed è proprio questo il passaggio che sta facendo esplodere la tensione soprattutto a Paceco.
“Perché qui tutto dentro e altrove gli stralci?”
Nel lungo documento diffuso dal Comitato “Saline Comuni” c’è un’accusa politica molto precisa.
Mentre in altri territori si discuterebbe di “stralci chirurgici” per salvare porti, aree produttive, centri storici e cantine, il territorio pacecoto rischierebbe invece di essere inglobato quasi completamente nella perimetrazione.
Dentro ci finirebbero il centro urbano, Nubia, le aree saline e perfino zone interne collegate al sistema idrico della Diga Baiata.
Il Comitato parla apertamente di “corto circuito democratico” e sostiene che gran parte della popolazione, ma anche pezzi della politica locale, avrebbero scoperto solo nelle ultime settimane l’effettiva estensione del dossier.
E qui emerge un altro problema gigantesco: la comunicazione.
Perché attorno al MaB si sta combattendo anche una guerra di linguaggi.
Da una parte ci sono documenti tecnici, protocolli ministeriali, zone core-buffer-transition e norme ambientali quasi incomprensibili ai cittadini.
Dall’altra ci sono paura, percezioni, sfiducia e il sospetto che qualcuno stia decidendo dall’alto il futuro di intere comunità.
La battaglia ormai è politica
Il punto è che ormai il dibattito è uscito dai tavoli tecnici.
È diventato politico. E identitario.
Il Comitato promotore insiste: il MaB non è un vincolo ma un riconoscimento internazionale che può trasformare le Saline di Sicilia in un hub mondiale di sostenibilità, turismo e innovazione.
Il nuovo Comitato cittadino replica invece che senza una vera concertazione pubblica il rischio è quello di imporre dall’alto un modello che potrebbe cambiare per sempre gli equilibri economici del territorio.
Nel mezzo c’è la Regione Siciliana, chiamata adesso a fare chiarezza mentre il dossier corre verso la scadenza ministeriale di giugno.
E intanto le saline, simbolo di identità, paesaggio e lavoro, si stanno trasformando nel centro di una guerra tutta trapanese fatta di paura dei vincoli, accuse reciproche e una domanda che nessuno, al momento, sembra riuscire a chiudere davvero:
il MaB UNESCO sarà un’opportunità o l’inizio di una nuova stagione di burocrazia?