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02/06/2026 15:00:00

"Eclipse di coscienza", una poesia dopo l’aggressione di Marsala

Pubblichiamo una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista, da sempre attenta ai temi della migrazione, delle disuguaglianze e delle discriminazioni sociali.

Il testo nasce dopo l’aggressione avvenuta a Marsala ai danni di un giovane lavoratore straniero, colpito mentre all’alba si recava al lavoro in bicicletta. L’autrice sceglie di non indicarne il nome, per tutelarne la dignità e non esporlo ulteriormente, e affida alla poesia il compito di restituire la dimensione umana di una violenza che non può restare soltanto cronaca.

"Ho scritto questa poesia perché ci sono episodi che non possono restare solo “notizie”: chiedono una lingua diversa, più lenta, capace di restituire dignità. Ho scelto di non scrivere il nome della persona coinvolta per una ragione semplice e necessaria: tutelare chi ha già subito violenza. Esporre ulteriormente un giovane migrante, già colpito mentre svolgeva il suo lavoro, significherebbe aggiungere un’altra forma di esposizione a una vulnerabilità che non dovrebbe esistere. L’indignazione nasce dal contrasto evidente tra la normalità del gesto, andare al lavoro in bicicletta all’alba, e la brutalità improvvisa che lo interrompe. Non c’è nulla di “eccezionale” nella vittima, e proprio per questo la violenza appare ancora più inaccettabile, perché colpisce la vita ordinaria, quella che tiene in piedi intere filiere invisibili del lavoro agricolo.
E c’è anche un’altra cosa che pesa ed è la disuguaglianza dello sguardo pubblico. Alcune violenze diventano immediatamente discorso collettivo, altre restano ai margini, come se appartenessero a un mondo secondario. Questo squilibrio non è neutro ma costruisce gerarchie di attenzione, e quindi di umanità riconosciuta.
La poesia prova a nominare questo scarto senza trasformarlo in slogan, senza appartenenze di parte. Perché la sicurezza non dovrebbe essere una parola selettiva, ma una condizione condivisa".

 

 
Eclipse di coscienza

 

Nel mattino che non promette sicurezza
né la scrive nei registri del cielo,
la strada è una vena scoperta
dove il giorno sanguina prima della luce.
E la bicicletta è un filo sottile
tra i denti del mondo,
tra l’odore del lavoro e la polvere
che non distingue il nome dal passo.
Ci sono maschere lucide di casco, 
lune senza volto, eclipse di coscienza
che attraversano il buio del pensiero rotto,
e l’odio, che non parla ma agisce
con manopole strette, con giri improvvisi, tortura il destino.
Il corpo diventa allora linguaggio ferito,
una grammatica di lividi e silenzi,
una preghiera interrotta sulla dura
terra dove la fatica non ha cittadinanza
e il sudore non ottiene passaporto.
Intersezioni e strati di mondo, 
sovrapposizioni di cicatrici,
povertà che incontra povertà di sguardo,
uomini che non riconoscono l’uomo,
che va a fondo con quella diversità
definita e data dagli altri.
La sicurezza è un custode 
e dorme altrove,
in stanze illuminate, 
dove non entra la polvere dei campi.
Qui la luce arriva sempre in ritardo
sulle strade dove il pane ha il prezzo della sopraffazione.
Nel mentre, 
lo straniero continua il suo verbo minimo: andare andare 
anche quando il mondo lo ferma,
anche quando la terra dice “basta”.
Con la voce spezzata su 
dall’asfalto
il corpo livido e affogato
cammina pesante come un sasso 
trascinato.
Tra terra e nuvole negate
qualcuno insiste a chiamarsi uomo,
nonostante il peso, la dignità spezzata.