Sanità senza medici: la crisi che nessuno vuole vedere
La sfida più grande che il Servizio Sanitario Nazionale dovrà affrontare nei prossimi anni non riguarda soltanto le risorse economiche, ma soprattutto la disponibilità di professionisti disposti a lavorare nel sistema pubblico. È questo il tema al centro dell'intervento del presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, durante l'evento dedicato ai trent'anni della Fondazione, ospitato presso l'Università Sapienza di Roma.
Secondo Cartabellotta, la domanda da porsi oggi non è esclusivamente quanto investire nella sanità, ma chi sarà concretamente in grado di garantire le cure ai cittadini nel prossimo futuro. Una riflessione che pone l'accento sul progressivo indebolimento del capitale umano del Servizio Sanitario Nazionale, sempre più segnato dall'abbandono di medici, infermieri e altri professionisti che scelgono il settore privato, l'estero o il pensionamento anticipato.
Ad aprire i lavori è stata la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, che ha ribadito come la sostenibilità del sistema sanitario passi necessariamente attraverso la valorizzazione delle persone che ogni giorno garantiscono assistenza, ricerca e cura. L'università, ha sottolineato, ha il compito di formare professionisti competenti, ma è altrettanto importante rendere il servizio pubblico un ambiente capace di attrarre e trattenere le nuove generazioni.
Oltre 33 miliardi sottratti al personale in dodici anni
I dati presentati dalla Fondazione Gimbe fotografano una tendenza che dura da oltre un decennio. Tra il 2012 e il 2024 la quota della spesa sanitaria destinata al personale è scesa dal 39,7% al 36,6% del totale. Una riduzione che, secondo Gimbe, ha contribuito a rendere meno attrattivo il lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale, favorendo la fuga dei professionisti e aggravando la carenza di personale.
Le difficoltà attuali sono il risultato di anni di sottofinanziamento e di una programmazione insufficiente. Il blocco delle assunzioni, i limiti alla spesa per il personale, il numero ridotto di borse di specializzazione e i rinnovi contrattuali tardivi hanno progressivamente indebolito il sistema.
La pandemia da Covid-19 ha poi accelerato una situazione già critica, aumentando il livello di stress, burnout e demotivazione tra gli operatori sanitari. Il risultato è un numero crescente di dimissioni volontarie, pensionamenti anticipati e trasferimenti verso il settore privato o l’estero.
Emblematico è anche il ricorso ai cosiddetti “gettonisti”: nel biennio 2024-2025 questa modalità di reclutamento è costata oltre un miliardo di euro, segno di un sistema che perde professionisti come dipendenti e poi è costretto a riacquistarne le prestazioni a costi molto più elevati.

Medici numerosi, ma non dove servono
Nonostante l'Italia sia tra i Paesi OCSE con il più alto numero di medici per abitante, le criticità riguardano specifiche aree del sistema sanitario.
Le carenze interessano in particolare la medicina generale e diverse specializzazioni considerate poco attrattive, come emergenza-urgenza, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative e medicina di comunità.
Infermieri sempre meno
La situazione appare ancora più critica per il personale infermieristico. L'Italia registra infatti un numero di infermieri per abitante inferiore alla media dei Paesi OCSE e, soprattutto, una progressiva perdita di interesse verso la professione.
Per l'anno accademico 2025-2026 le domande di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica risultano addirittura inferiori ai posti disponibili. A incidere sono diversi fattori, tra cui stipendi inferiori rispetto alla media europea, carichi di lavoro elevati e prospettive professionali ritenute poco attrattive.
Le proposte della Fondazione Gimbe
Per invertire questa tendenza, la Fondazione propone un piano straordinario dedicato al personale sanitario. Tra le priorità figurano una migliore programmazione del fabbisogno di professionisti, il superamento dei vincoli alle assunzioni, rinnovi contrattuali più adeguati al costo della vita, condizioni di lavoro più sostenibili, maggiore sicurezza negli ambienti sanitari, valorizzazione delle competenze e investimenti strutturali nella formazione.
Per Gimbe, aumentare semplicemente il numero degli studenti di Medicina o dei corsi universitari non sarà sufficiente se il Servizio Sanitario Nazionale continuerà a essere percepito come un luogo poco attrattivo. La sostenibilità del sistema, infatti, dipenderà sempre più dalla capacità di trattenere medici, infermieri e professionisti, garantendo loro condizioni di lavoro e prospettive di carriera adeguate.
Senza il capitale umano, conclude la Fondazione, il Servizio Sanitario Nazionale non potrà continuare a garantire pienamente il diritto alla salute dei cittadini.
AISI: crescente domanda di salute
Karin Saccomanno, presidente di AISI – Associazione Imprese Sanitarie Indipendenti, si concentra sulle sfide future: “Il tema non è scegliere tra sanità pubblica e sanità privata. La vera sfida è costruire un sistema capace di mettere in rete tutte le competenze disponibili. Il pubblico va rafforzato con investimenti strutturali, perché rappresenta il pilastro dell'universalità delle cure. Ma allo stesso tempo il privato accreditato e puro non può più essere considerato un soggetto da tollerare o, peggio, da demonizzare: è una componente essenziale del sistema sanitario nazionale, una risorsa organizzativa, professionale e tecnologica indispensabile per garantire continuità assistenziale ai cittadini”.
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