"Gesù è il mio migliore amico", la storia di Manuel Foderà
«Gesù è il mio migliore amico». Non è la frase di un sacerdote o di un mistico, ma quella di un bambino siciliano di appena nove anni che, nel dolore di una malattia devastante, aveva trovato nella fede una serenità capace di lasciare senza parole medici, infermieri, sacerdoti e chiunque lo incontrasse.
È la storia di Manuel Foderà, il piccolo di Calatafimi Segesta per il quale, appena un mese fa, è stata ufficialmente avviata la causa di beatificazione, primo passo del percorso che potrebbe portarlo un giorno sugli altari della Chiesa cattolica.
La sua vicenda è stata raccontata nei giorni scorsi ai tantissimi bambini e ragazzi del Grest estivo dei Salesiani di Marsala, in un incontro intenso e carico di emozione. A parlare sono stati il padre Giuseppe Foderà, un suo amico di famiglia e don Luigi Calapaj, direttore dell'Opera Divina Provvidenza dei Salesiani.
Un bambino diverso dagli altri
Manuel nasce il 21 giugno 2001. È allegro, vivace, scherzoso. Ama giocare come tutti i bambini, ma già da piccolissimo coltiva un rapporto speciale con Gesù.
Quando frequenta la seconda elementare, nel presentarsi ai compagni scrive parole che ancora oggi colpiscono per la loro maturità.
«Mi chiamo Manuel. Amo molto Gesù e la Madonnina e prego molto. La mia giornata, oltre allo studio, la dedico al Signore scrivendo tante preghiere che mando ai miei amici e a tutti quelli che soffrono. Ho chiamato questa missione "Missione Luce" perché cerco di aiutare tanta gente ad avvicinarsi a Gesù».
Parole difficili perfino da immaginare sulla bocca di un bambino di sette anni.
La malattia che cambia tutto
A quattro anni arriva la diagnosi che sconvolge la vita della famiglia: un neuroblastoma, un tumore infantile particolarmente aggressivo. Comincia una lunghissima battaglia.
Interventi chirurgici, trenta cicli di chemioterapia, trasfusioni, un trapianto e dolori continui. All'inizio Manuel reagisce come qualsiasi bambino: piange, si ribella, vorrebbe tornare a scuola e giocare con gli amici. Poi accade qualcosa che ancora oggi chi gli è stato vicino fatica a spiegare. La sofferenza diventa preghiera.
La malattia diventa occasione per donare speranza agli altri.
L'incontro con il suo "amico speciale"
A soli sei anni chiede con forza di ricevere la Prima Comunione. Il 13 ottobre 2007, festa della Madonna di Fatima, incontra per la prima volta Gesù nell'Eucaristia.
Per Manuel quello non è un semplice sacramento. È l'inizio di un'amicizia. Alla madre racconta emozionato: «Non ho sentito la voce di Gesù come tu senti la mia, ma sono riuscito a parlargli e Lui mi rispondeva nel cuore». Da quel momento chiamerà Gesù "il mio migliore amico". E descriverà l'Eucaristia con un'immagine che resterà impressa in tutti quelli che ascolteranno la sua testimonianza. «Quando lo mangio è come se dentro di me entrasse una bomba di grazia e di benedizione.»
Il bambino che pregava sempre per gli altri
La cosa che più colpisce della vita di Manuel è che non pregava mai per sé. Pur convivendo con dolori enormi, rivolgeva continuamente la sua attenzione agli altri.
Il padre Giuseppe, davanti ai ragazzi del Grest, ha raccontato alcuni episodi che ancora oggi fanno riflettere.
Le lacrime per un clochard visto dalla finestra
Uno degli episodi più toccanti avviene durante un ricovero all'ospedale di Palermo. Manuel inizia improvvisamente a piangere. Medici e genitori pensano che abbia dolori fortissimi. Invece no. Dalla finestra della sua stanza aveva visto un senzatetto seduto per strada. Piangeva perché quell'uomo, secondo lui, aveva fame.
Chiese al padre di scendere immediatamente e di portargli cinquanta euro. La scena commosse tutto il reparto. Medici, infermieri e una suora fecero una colletta.
Il padre raggiunse il clochard e gli consegnò il denaro dicendogli: «Te li manda Manuel, un bambino ricoverato che ti ha visto dalla finestra.»
"Papà, la preghiera è una cosa seria"
Un altro episodio racconta bene quanto la fede fosse il centro della sua vita. Era la sera della finale di Champions League. Papà Giuseppe, tifoso dell'Inter, durante il Rosario trasmesso in televisione cambiò canale per dare un'occhiata alla partita. Manuel si accorse subito del gesto. Prese il telecomando, lo scaraventò a terra e rimproverò il padre.
«Papà, la preghiera è una cosa seria.» Un richiamo semplice ma profondissimo, pronunciato da un bambino che viveva ogni momento con Dio.
"Ogni giorno è un dono del Signore"
Nonostante le sofferenze, Manuel riusciva a trasmettere serenità. In ospedale era lui a confortare gli altri bambini. Sorrideva. Incoraggiava. Pregava per medici, infermieri e sacerdoti. Ripeteva spesso: «Ogni giorno bisogna viverlo bene perché è un dono del Signore.» Una frase semplice che, pronunciata da chi sapeva di avere poco tempo, assume oggi un significato ancora più profondo.
L'ultimo desiderio
Nel 2010 le condizioni peggiorano rapidamente. Manuel comprende che il suo viaggio terreno sta finendo. Nel suo quaderno scrive parole che sembrano quelle di un adulto.
«Spero che la mia fine sia vicina. Le sofferenze sono troppo grosse. Non vedo l'ora di venirti a trovare nel Regno dei Cieli.» Ma prima di morire affida una missione alla madre.
«Racconta la mia vita agli altri. Tutti dovranno conoscere la mia storia. Gesù mi ha fatto una vita speciale. Tu devi essere la mia testimone.»
Un'eredità che continua
Quella promessa oggi continua a vivere. Il racconto di Giuseppe Foderà davanti ai ragazzi del Grest dei Salesiani non è stato soltanto la memoria di un figlio.
È stato il modo per trasmettere alle nuove generazioni la testimonianza di un bambino che aveva trovato nella fede una forza sorprendente. Una luce che, a distanza di sedici anni dalla sua morte, continua ad accendere il cuore di chi ascolta la sua storia. E che oggi la Chiesa guarda con attenzione, attraverso il processo di beatificazione appena iniziato, nella convinzione che quel piccolo "guerriero della luce", come Gesù stesso gli aveva chiesto di essere, possa davvero rappresentare un esempio per tanti credenti e non solo.
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