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31/07/2026 10:01:00

"Il campo da gioco non è mai neutrale"

C'è stato un tempo in cui si pensava che lo sport dovesse fermare le guerre. 

Che il fischio d'inizio fosse la tregua annunciata da una fiamma che attraversava Stati, che il campo fosse un luogo dove le bandiere restavano fuori e parlavano soltanto il talento, la fatica e il risultato.

 

Oggi non è più così.

"Il campo da gioco non è un mondo a parte e non è mai neutrale". 

È la frase con cui i sindaci di Trento e Rovereto hanno accolto la nazionale israeliana Under 18 agli Europei di basket. 

Una frase che ha fatto discutere, perché rompe uno degli ultimi tabù dello sport: l'idea che esista ancora uno spazio impermeabile alla politica, ai conflitti, alle piccole  grandi tragedie del mondo.

 

Pochi giorni dopo è arrivato il video diffuso dalla federazione israeliana. 

L'allenatore Nadav Zilberstein, rivolgendosi ai suoi ragazzi, ricorda che ci sono soldati che stanno combattendo e persone che sono morte "affinché noi possiamo giocare qui". 

Dall'altra parte, ci sono i numeri raccontati dal Comitato olimpico palestinese: centinaia di atleti uccisi, impianti sportivi distrutti, una generazione cresciuta tra le macerie. 

Due narrazioni inconciliabili che finiscono nello stesso parquet.

Il pallone continua a rimbalzare. Ma non è più soltanto un pallone.

 

Lo abbiamo visto con la Russia esclusa dalle competizioni internazionali dopo l'invasione dell'Ucraina. 

Lo vediamo oggi con Israele, tra chi chiede sanzioni sportive e chi difende il principio che gli atleti non debbano pagare per le decisioni dei governi. 

Lo vediamo ogni volta che una nazionale - o anche una squadra in provincia, in un contesto ridimensionato - viene applaudita o contestata prima ancora di scendere in campo.

 

Lo sport non è più un rifugio dalla realtà. È diventato uno dei luoghi in cui la realtà si manifesta con maggiore forza.

E sarebbe un errore pensare che questo riguardi soltanto le grandi guerre.

Anche nelle nostre città il campo da gioco ha smesso di essere semplicemente un campo da gioco.

Non perché ciò che accade qui sia paragonabile a un conflitto armato. Sarebbe una forzatura offensiva. 

Ma perché anche qui il calcio e il basket hanno smesso da tempo di parlare soltanto di sport.

 

Valerio Antonini è stato certamente un presidente vincente, capace di riportare entusiasmo, investimenti e ambizioni. Ma, scientemente, è diventato anche un protagonista della vita pubblica della città. 

Ogni sua dichiarazione produce effetti politici. Ogni scontro con Palazzo d'Alì diventa dibattito cittadino. Ogni vicenda che riguarda stadi, palazzetti o impianti supera immediatamente il confine dello sport.

 

Non si discute più soltanto di una partita: si discute di modelli di città, di consenso, di leadership, di rapporti di forza. Persino di modelli morali. 

Si prendono posizioni. Si tifano idee oltre che squadre. 

Per farsi valere, i cori non bastano più e si superano limiti che non dovrebbe mai essere superati, quello della violenza. 

 

Ma non è vero che perdiamo tutti, perché ognuno ed ogni cosa crea contesti diversi che non possono essere messi da parte.

 

Perché le parole che precedono gli atti hanno un peso e sono quelle che creano l'ambiente dentro il quale maturano gli animi che caricano le braccia.

É la stessa trasformazione che attraversa il mondo, soltanto in scala diversa.

 

Vale per la politica, per il tifo, per i social. Vale pure per lo sport, che dovrebbe insegnare il rispetto dell'avversario e invece, sempre più spesso, finisce per alimentare la logica del nemico.

 

Perché oggi gli stadi sono piazze, le curve sono comunità, i presidenti diventano opinion leader. 

Gli atleti sono simboli, le maglie raccontano appartenenze che vanno ben oltre i novanta minuti.

Forse è questo il cambiamento più profondo del nostro tempo.

 

Non è la politica a essere entrata nello sport. 

È lo sport ad essere diventato politica, cultura, identità, economia, comunicazione. 

Un luogo dove si combattono battaglie che spesso hanno poco a che fare con il risultato finale.

Continuiamo a ripetere che lo sport unisce. 

Ed è vero, qualche volta succede ancora.

 

Ma sarebbe ingenuo credere che basti una linea bianca tracciata sull'erba o sul parquet per lasciare fuori tutto il resto.

Perché il campo da gioco, oggi più che mai, non è un mondo a parte.

È il mondo.

 

Valentina Colli



Cultura | 2026-07-31 10:01:00
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"Il campo da gioco non è mai neutrale"

C'è stato un tempo in cui si pensava che lo sport dovesse fermare le guerre. Che il fischio d'inizio fosse la tregua annunciata da una fiamma che attraversava Stati, che il campo fosse un luogo dove le bandiere restavano fuori e...