Mafia a Petrosino, il racket delle case popolari: gli alloggi sottratti, occupati e venduti
Una vedova costretta ad abbandonare la propria abitazione, le serrature cambiate, i mobili portati via. E gli appartamenti pubblici trasformati in nascondigli per la droga e ceduti in cambio di denaro. La quarta parte dell’inchiesta di Tp24
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Non bastava decidere chi dovesse pagare il pizzo, chi potesse installare le slot machine, chi, tra i ragazzini, dovesse vendere droga e in quale strada. A Petrosino, il gruppo criminale da un'operazione antimafia della Procura di Palermo, pretendeva di stabilire persino chi avesse il diritto di abitare dentro una casa popolare.
Gli alloggi destinati alle famiglie più fragili diventavano così una merce. Si occupavano, si liberavano con la forza, si assegnavano agli amici, si utilizzavano come depositi per la droga e, infine, si “vendevano”. Senza graduatorie, senza contratti, senza alcun titolo. A decidere non era più lo Stato, ma chi aveva la forza di imporre la propria volontà.
È uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine sulla famiglia mafiosa di Petrosino. Perché racconta un controllo del territorio che entra fin dentro le abitazioni e si esercita sulle persone più deboli.
Le urla nel cortile: «Vergogna, approfittare di una vedova»
La vicenda che vi raccontiamo comincia nella notte del 12 maggio 2023, nel complesso di case popolari di via Vincenzo Gioberti.
La legittima assegnataria di uno degli appartamenti era Caterina Paladino, rimasta vedova da poco. Secondo l’accusa, Kevin Favara la costrinse ad abbandonare l’alloggio attraverso minacce gravissime. Al suo posto sarebbe dovuto entrare Francesco Kevin Graffeo con la compagna, allora incinta.
Quella notte Antonino Maltese raggiunse il cortile delle case popolari. Le intercettazioni registrarono in lontananza la voce di una donna che piangeva e gridava: «Vergogna, approfittare di una vedova».
Non era una semplice lite tra vicini. Per la Procura, era il momento in cui una donna veniva privata dell’abitazione che le era stata regolarmente assegnata.
Favara avrebbe giustificato l’operazione sostenendo che la compagna di Graffeo, essendo incinta, avesse bisogno di una casa. Ma dalle conversazioni captate dagli investigatori emerge, una ragione molto diversa. L’appartamento serviva al gruppo criminale come luogo nel quale custodire lo stupefacente. Favara lo dice apertamente: «A me la casa mi serviva per l’ammuccio», per nascondere la droga.
Una casa pubblica trasformata in deposito della droga
L’alloggio popolare non rappresentava soltanto un tetto. Era uno spazio strategico.
Secondo quanto Favara raccontava agli altri indagati, l’appartamento sarebbe stato concesso a Graffeo a condizione che questi si rendesse disponibile a conservare il “materiale”. Qualora si fosse rifiutato, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la casa.
La solidarietà verso una donna incinta, quindi, sarebbe stata soltanto la giustificazione esterna. Il vero obiettivo era ottenere un’abitazione sicura, all’interno di un complesso popolare, da utilizzare come nascondiglio per la sostanza stupefacente e, secondo il capo di imputazione, anche come luogo di spaccio.
È un particolare importante. Le case popolari di via Gioberti compaiono sono luogo di incontro, consegna, lavorazione e custodia della cocaina. Vi arrivavano i corrieri provenienti da Marsala. Vi veniva portato lo stupefacente. Da lì partivano le dosi destinate alle diverse piazze di spaccio.
La casa della vedova, dunque, era un altro ingranaggio della rete criminale.

«Se non te ne vai, ammazzo pure a te»
Quando Caterina Paladino cercò di opporsi, Favara ha reagito con minacce di morte.
Intima alla donna di andarsene immediatamente. Se non avesse lasciato la casa, l’avrebbe uccisa: «Se non te ne vai ammazzo pure a te».
Favara avrebbe inoltre minacciato le persone intervenute a sostegno della donna e ordinato di portare via documenti e mobili. La violenza un normale strumento di amministrazione del territorio: prendere la serratura, impossessarsi dell’appartamento, cacciare chi vi abita, scegliere chi deve entrare.
La presenza della compagna incinta di Graffeo veniva considerata una garanzia ulteriore. Una volta entrata nell’abitazione, secondo il ragionamento degli indagati, sarebbe stato più difficile procedere a uno sgombero. Favara arrivava a dire che nessuno avrebbe potuto farla uscire, neppure con la forza.
La fragilità di una donna veniva così utilizzata contro la fragilità di un’altra donna.

La burocrazia parallela del clan
Ma bisogna raccontare anche i passaggi successivi all’occupazione.
Favara spiegava alla compagna di Graffeo come comportarsi per far apparire più stabile la propria presenza nell’alloggio. Le suggeriva di dichiarare che l’occupazione era avvenuta tre giorni prima e non la sera precedente. Organizzava un appuntamento con la Polizia municipale per effettuare un sopralluogo e ottenere una sorta di riconoscimento di fatto della nuova situazione.
Nel frattempo impartiva disposizioni precise: cambiare la serratura, chiudere la porta, sorvegliare l’ingresso, svuotare le stanze, mettere gli effetti personali della precedente occupante negli scatoloni e contattare i proprietari dei mobili affinché venissero a recuperarli.
Il 12 maggio Favara e Graffeo andarono a Marsala per comprare una nuova porta. Favara si rivolse anche al capo condominio per ottenere la chiave del portone d’ingresso della palazzina.
È una vera e propria procedura amministrativa clandestina. Al posto degli uffici pubblici c’è il gruppo criminale. Al posto delle graduatorie ci sono le minacce. Al posto dell’assegnazione formale c’è la sostituzione della serratura.
Il messaggio per tutti gli altri residenti era evidente: la casa appartiene formalmente allo Stato, e allo IACP; l'Istituto Autonomo Case Popolari, ma a decidere chi può viverci è chi controlla il quartiere.

Gli appartamenti messi in vendita
Quando Graffeo decise di lasciare l’abitazione, l’appartamento non tornò alla legittima assegnataria.
Favara, secondo gli investigatori, cominciò a cercare un nuovo occupante. Il 25 maggio propose una casa del complesso popolare ad Andrea De Vita, chiedendo 4.500 euro. Non precisava che si trattava dell’appartamento precedentemente fatto occupare a Graffeo.
Il giorno successivo comunicò che l’alloggio era già stato ceduto a un’altra persona per 2.500 euro, pagati in contanti. De Vita protestò perché a lui era stata richiesta una somma quasi doppia.
Favara non interruppe la trattativa. Poche ore più tardi mostrò a De Vita un’altra abitazione nella quale avrebbe potuto trasferirsi. Nei giorni successivi l’uomo comunicò che stava completando il trasloco, portando frigorifero, lavatrice e altri mobili.
La casa pubblica era diventata un bene da commerciare.
L’ordinanza descrive quindi un sistema che non si limitava all’occupazione abusiva di un singolo alloggio. Favara cercava appartamenti, individuava possibili acquirenti, stabiliva il prezzo e organizzava gli ingressi. Alle persone interessate non veniva venduta la proprietà, che naturalmente restava pubblica, ma la possibilità di entrare e restare nell’abitazione grazie alla protezione del gruppo criminale.
Il racket della povertà
È questa la sostanza del racket delle case popolari.
Non una sofisticata operazione immobiliare, ma lo sfruttamento del bisogno. Da una parte persone che hanno ottenuto legittimamente un alloggio perché si trovano in condizioni di difficoltà. Dall’altra famiglie disposte a pagare pur di avere un tetto, anche attraverso un’occupazione abusiva.
In mezzo, il gruppo criminale, che trasforma entrambe le condizioni di vulnerabilità in un’occasione di potere e guadagno.
La casa popolare diventa contemporaneamente:
un luogo dove nascondere droga, una base per lo spaccio, uno strumento per premiare persone vicine al gruppo, una merce da vendere e una dimostrazione pubblica di forza.
Il profitto economico è soltanto una parte del sistema. La finalità più importante è dimostrare che nessuna porta può restare chiusa davanti a chi comanda. Chi controlla le case controlla le famiglie, le relazioni tra vicini, le paure, i silenzi e persino l’accesso a un diritto essenziale.
La decisione del Gip sull’aggravante mafiosa
L’episodio è contestato a Kevin Favara come estorsione. Nel capo di imputazione la Procura aveva indicato anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.
Su questo punto, però, il Gip ha operato una distinzione importante. Il giudice ha ritenuto che Favara avesse agito con un metodo fortemente intimidatorio, ma ha escluso, limitatamente a questa condotta, che fossero emersi elementi sufficienti per collegarla direttamente alla famiglia mafiosa contestata ai sensi dell’articolo 416 bis.
Secondo il Gip, l’episodio appariva maggiormente funzionale all’associazione dedita al traffico di stupefacenti, all’interno della quale l’appartamento sarebbe stato utilizzato per custodire la droga.
La precisazione non ridimensiona la gravità della vicenda, ma è essenziale dal punto di vista giudiziario: il racket dell’alloggio popolare, nella valutazione cautelare, viene ricondotto all’attività del gruppo criminale dello spaccio e non, per questo specifico capo, all’agevolazione della struttura mafiosa.
Quando lo Stato viene sfrattato
La storia della vedova cacciata dalla propria casa è forse una delle immagini più nette dell’intera inchiesta.
Il controllo mafioso del territorio non consiste soltanto nella riscossione del pizzo o nell’organizzazione dei traffici illeciti. Consiste soprattutto nella capacità di sostituirsi alle istituzioni. Di presentarsi come l’autorità che risolve i problemi, assegna le risorse, punisce chi si oppone e garantisce protezione a chi accetta le sue regole.
Nelle case popolari di via Gioberti, secondo l’ordinanza, lo Stato era ancora proprietario degli appartamenti. Ma non era più padrone delle chiavi.
Quelle chiavi passavano di mano insieme al denaro, alle minacce e alla droga. E mentre una vedova gridava nel cortile, qualcuno decideva già chi avrebbe dovuto prendere il suo posto.
Le persone citate sono indagate o coinvolte in un procedimento ancora nella fase cautelare. Le contestazioni dovranno essere verificate nel contraddittorio processuale e vale per tutti il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
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