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25/08/2026 06:00:00

Castelvetrano, il caso della foto in sala operatoria

La buona sanità esiste. La rendono possibile medici e operatori sanitari, grazie anche a un'attenta organizzazione aziendale.

 

A Castelvetrano è stato eseguito un importante intervento salvavita grazie al potenziamento tecnologico e professionale della Sala di Emodinamica dell'ospedale Vittorio Emanuele II. Nel reparto è disponibile Impella, un dispositivo di assistenza ventricolare sinistra percutanea in grado di sostenere temporaneamente la funzione di pompa del cuore e la circolazione sistemica. Una tecnologia particolarmente importante nei pazienti in shock cardiogeno e nelle procedure coronariche percutanee ad alto rischio, nelle quali una funzione cardiaca già gravemente compromessa può deteriorarsi ulteriormente durante l'intervento.

 

C'è però una fotografia, pubblicata sui social, che ha riaperto il dibattito sul rispetto del paziente, seppur consenziente, e sul senso del pudore nella comunicazione sanitaria.

La domanda è semplice: dove finisce il dovere di raccontare i traguardi della buona sanità e dove inizia la vanità di chi confonde una sala operatoria con un palcoscenico?

 

La notizia scientifica e umana è indubbiamente positiva, di quelle che fanno tirare un sospiro di sollievo e rendono orgogliosi. L'équipe di Emodinamica, guidata dai dottori Dario Buccheri e Salvatore Martino, ha trattato con successo un giovane paziente affetto da una gravissima coronaropatia multivasale. Un intervento ad altissimo rischio, reso possibile dall'impiego del dispositivo di assistenza ventricolare Impella di ultima generazione, che ha consentito di salvare una vita in condizioni cliniche drammatiche.

 

Il plauso va dunque ai medici, agli infermieri, ai tecnici e a tutti gli specialisti coinvolti per la competenza e l'impegno dimostrati.

Lo scatto, tuttavia, lascia perplessi.

 

Cosa si vede

Al centro della fotografia una dozzina di operatori sanitari sorride verso l'obiettivo, mostrando con orgoglio le confezioni del dispositivo medico appena utilizzato, in una posa che ricorda più una foto celebrativa o promozionale che un contesto assistenziale.

Ma è sullo sfondo, nemmeno troppo nascosto, che lo sguardo cade inevitabilmente: sul lettino operatorio è ancora disteso il paziente.

Il corpo dell'uomo è lì, vulnerabile, coperto dai teli chirurgici, esposto nella sua fragilità al termine — o forse ancora nel corso — dell'intervento che gli ha salvato la vita. Un essere umano in un momento di totale dipendenza, divenuto suo malgrado la scenografia involontaria di una fotografia di gruppo.

 

La dignità non è un elemento decorativo

La comunicazione della sanità pubblica ha il dovere di raccontare ai cittadini i progressi tecnologici, le buone pratiche e le professionalità presenti sul territorio. Ma questo racconto non può e non deve mai prescindere dall'etica dello sguardo.

Ci si chiede: era davvero necessario includere il paziente nell'inquadratura? Quale valore aggiunge alla notizia la presenza di un uomo sedato sul tavolo operatorio?

Il paziente non è un trofeo da esibire per dimostrare l'efficacia di uno strumento o la bravura di un'équipe.

La sofferenza e la vulnerabilità richiedono un pudore che la moderna smania di comunicare, sempre più affamata di immagini a effetto, sembra avere smarrito.

Anche qualora fosse stato acquisito il consenso informato — circostanza che ci si augura — resta una questione etica. Esiste infatti un limite deontologico e morale oltre il quale la sovraesposizione del corpo del malato diventa superflua, se non addirittura inopportuna.

 

Un richiamo alla misura

Nessuno vuole mettere in discussione l'importanza del risultato clinico raggiunto a Castelvetrano, che rappresenta un traguardo significativo e un servizio prezioso per la comunità. Medici e operatori meritano pienamente il riconoscimento per il loro valore professionale.

Tuttavia, è necessario ricordare che la riservatezza e la tutela della persona devono rimanere principi inviolabili, soprattutto nei momenti di massima fragilità.

La buona sanità non si misura soltanto nella capacità di utilizzare tecnologie avanzate o di salvare vite umane, ma anche nella delicatezza e nel rispetto con cui ci si accosta al corpo di chi soffre.

Perché, attorno a quel lettino, prima di qualsiasi marchio, scatola o fotocamera, c'è una persona.



Sanità | 2026-08-25 06:00:00
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