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19/09/2026 06:00:00

Cpr, medici indagati per i certificati. Ma a Trapani Ousmane era stato giudicato idoneo

Prima di trasformare l’inchiesta sui medici in un processo politico contro chi si oppone ai Cpr, bisognerebbe tornare a Trapani. Alla storia di Ousmane Sylla, un ragazzo guineano di poco più di vent’anni, trattenuto nel centro di contrada Milo nonostante le segnalazioni sulla sua sofferenza psicologica. Il suo avvocato aveva chiesto una sistemazione adeguata. La risposta, secondo la ricostruzione pubblicata all’epoca da Internazionale, era stata che gli accertamenti lo consideravano idoneo a rimanere nel centro. Trasferito a Ponte Galeria, morì suicida il 4 febbraio 2024.

 

Questa storia non assolve preventivamente nessuno dall’accusa di avere falsificato un certificato. Ma obbliga a guardare anche l’altra parte del problema: non soltanto il medico che impedisce un ingresso in un Cpr, ma il sistema che consente di lasciare una persona vulnerabile dietro quelle sbarre.

 

L’inchiesta: perquisiti non significa indagati

 

Il 16 settembre la polizia, con il Servizio centrale operativo e la Squadra mobile di Ravenna, ha eseguito perquisizioni in diverse città italiane nell’ambito dell’indagine sulle presunte certificazioni false utilizzate per impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Un elemento va chiarito: quasi tutti i destinatari delle nuove perquisizioni non risultavano indagati.

I professionisti perquisiti sono 23. Soltanto uno di loro, l’infettivologo Nicola Cocco, risulta coinvolto come nuovo indagato: insieme a tre medici già interessati dalla prima parte dell’inchiesta, gli viene contestata l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla produzione di false certificazioni.

L’indagine originaria riguardava otto medici del reparto di Malattie infettive di Ravenna e 34 certificati ritenuti falsi dagli inquirenti. Per tre sanitari erano state disposte interdizioni dalla professione per dieci mesi; per gli altri, il divieto di occuparsi delle certificazioni per i Cpr. Provvedimenti cautelari, non condanne.

L’accusa, dunque, non riguarda semplicemente il rifiuto di mettere un timbro. I magistrati ipotizzano un’attività coordinata per produrre attestazioni non veritiere. Tra gli elementi esaminati ci sono comunicazioni, bozze di certificati e scambi tra professionisti. Le difese contestano l’impostazione e le modalità dell’operazione: l’avvocato Fabio Anselmo ha denunciato il trattamento riservato anche a persone non indagate.

È su eventuali falsificazioni consapevoli che dovranno arrivare riscontri. Confrontarsi tra colleghi, discutere delle condizioni dei centri o criticare una politica migratoria non può diventare, da solo, la prova di un’organizzazione criminale.

 

A Trapani l’allarme era già scritto

 

La vicenda di Ousmane non è una storia emersa soltanto dopo la sua morte. Gli allarmi erano precedenti e documentati.

Come raccontammo su Tp24 il giovane era entrato nel Cpr di Milo il 14 ottobre 2023. Nella valutazione psicologica del 14 novembre, la professionista che lo aveva visitato sollecitava il trasferimento in una struttura più adatta, capace di assicurargli maggiore sostegno e supervisione. La relazione, riportata nel nostro articolo come redatta da una psicologa dell’Asp, descriveva una condizione di agitazione e difficoltà che non poteva essere liquidata come un problema disciplinare.

L’avvocato Giuseppe Caradonna aveva scritto alla Questura allegando la relazione e segnalando l’incompatibilità tra quella condizione e la permanenza nel centro. Secondo quanto riferito allora a Internazionale dalla garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, il questore aveva risposto che i riscontri effettuati indicavano invece l’idoneità del ragazzo al trattenimento.

Ousmane rimase nel circuito dei Cpr. A fine gennaio venne trasferito a Ponte Galeria. Pochi giorni dopo morì. Anche l’inchiesta successiva dell’Associated Press ha ricostruito le richieste di assistenza, le segnalazioni sulla sua salute mentale e il passaggio tra le due strutture.

Questa sequenza non stabilisce, da sola, responsabilità penali individuali. Ma lascia una domanda alla quale non basta rispondere mostrando una pratica formalmente in ordine: perché la richiesta di un luogo di cura si è risolta nel trasferimento da un centro di trattenimento a un altro?

È qui che Trapani entra nella discussione sui medici di Ravenna, come un avvertimento: anche un giudizio di idoneità comporta una responsabilità. Non è una scelta neutra soltanto perché consente alla procedura amministrativa di andare avanti.

 

Un medico non è il timbro della Questura

 

La distinzione è semplice: un medico non deve inventare una malattia per impedire un trattenimento, ma non deve neppure ignorarla per renderlo possibile.

Il Codice deontologico tiene insieme entrambe le esigenze. Impone certificazioni fondate sui dati raccolti e sui riscontri clinici, ma tutela anche l’autonomia professionale e il dovere di curare senza discriminazioni. Veridicità del certificato e indipendenza del medico non sono principi alternativi.

Lo ha ricordato il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, intervenendo il 16 settembre proprio sull’inchiesta: «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza». La Federazione ha definito grave un’eventuale falsificazione accertata, ma ha chiesto rispetto della presunzione d’innocenza e ha respinto l’idea che le esigenze di sicurezza possano condizionare il giudizio clinico.

Non è una difesa corporativa che debba sottrarre qualcuno ai controlli. È una distinzione di responsabilità: il sanitario valuta la salute della persona; non deve garantire il successo di un’espulsione.

E le condizioni dei centri non possono restare fuori dalla discussione. Un’inchiesta dell’ANSA, pubblicata nel luglio 2024 attraverso l’esame dei registri di Ponte Galeria, documentò almeno dieci tentativi di suicidio nei quattro mesi successivi alla morte di Ousmane. Dietro la formula burocratica degli “eventi critici” c’erano persone in una condizione di sofferenza estrema.

Proprio oggi, 18 settembre, Anelli ha proposto di estendere ai Cpr l’indagine conoscitiva della Commissione Giustizia della Camera sul sistema penitenziario. L’obiettivo indicato dagli Ordini dei medici è verificare salute, assistenza effettivamente disponibile e continuità delle cure. Una richiesta concreta: prima di discutere soltanto di chi firma i certificati, accertare che cosa accade alle persone dopo quella firma.

 

Non una pena, ma una privazione della libertà

 

C’è poi un equivoco da sciogliere. Il trattenimento nei Cpr non è una pena da scontare per un reato. Nel caso degli stranieri destinatari di espulsione, serve a rendere possibile un allontanamento non immediatamente eseguibile. Non significa che tutte le persone trattenute siano incensurate: significa che non è una condanna penale a giustificare la loro permanenza nel Cpr.

Chiamarla “misura amministrativa”, però, non rende meno reale la perdita della libertà.

Con la sentenza 96 del 2025, la Corte costituzionale ha rilevato l’insufficienza della disciplina legislativa sulle modalità del trattenimento, richiamando le garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Non ha disposto la chiusura dei centri: ha dichiarato inammissibili le questioni esaminate e indicato al legislatore la necessità urgente di una disciplina compiuta, capace di tutelare diritti e dignità delle persone.

Il punto politico è questo: lo Stato non può pretendere rigore da chi valuta la salute di un migrante e accontentarsi di garanzie vaghe sulle condizioni nelle quali intende rinchiuderlo.

 

L’altra lezione di Trapani: il caso Iuventa

 

Trapani conserva anche un altro precedente che invita alla prudenza quando un’inchiesta sull’immigrazione diventa subito una sentenza pubblica.

Il 19 aprile 2024, dopo sette anni di procedimento, il caso Iuventa si è concluso davanti al giudice dell’udienza preliminare con il non luogo a procedere. Le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare nei confronti degli equipaggi coinvolti non hanno portato al processo: «il fatto non sussiste».

A chiedere di non procedere erano stati, alla fine, gli stessi pubblici ministeri. Un particolare importante, perché ricorda che il lavoro giudiziario può anche smentire l’ipotesi da cui un’indagine è partita.

Ravenna non è automaticamente un’altra Iuventa. Non sappiamo quale sarà l’esito dell’inchiesta sui certificati, e sarebbe scorretto scriverlo in anticipo. Ma proprio per questo non possiamo trattare le perquisizioni come condanne, né l’impegno per i diritti dei migranti come una circostanza sospetta in sé.

Le due storie trapanesi ci chiedono di evitare due errori diversi: quello di condannare pubblicamente qualcuno prima che le accuse siano provate, e quello di considerare tutelata una persona soltanto perché un documento consente di trattenerla.

Si accertino i falsi, se ci sono. Ma con lo stesso rigore si guardi alle condizioni dei Cpr e agli allarmi rimasti senza una risposta adeguata.

Nessun medico dovrebbe sentirsi più al sicuro nel dichiarare trattenibile una persona fragile che nel riconoscere il suo bisogno di cure.