Mattinata complicata, quella di ieri, per la maggioranza consiliare. Prima la chat interna, poi la commissione Affari generali. A far saltare i nervi è stato un post della consigliera comunale di opposizione Flavia Sammartano, esponente del Movimento Liberi, firmato insieme all’ex sindaco Massimo Grillo e al consigliere Giampaolo Abrignani.
Il tema era politico e riguardava gli emendamenti presentati dall’opposizione e bocciati in Aula, emendamenti che, peraltro, non avevano ricevuto il parere tecnico favorevole. Una vicenda sulla quale maggioranza e opposizione possono naturalmente avere letture differenti.
Il problema nasce, semmai, dal modo in cui quella vicenda è stata trasformata in una sorta di caso politico.
Nel post, Sammartano, Grillo e Abrignani sostengono che la maggioranza non avrebbe voluto una città più sicura. Un’accusa politica, dura, certamente. Ma pur sempre un’accusa politica. Ed è proprio questo, piaccia o non piaccia, il mestiere dell’opposizione: contestare le scelte di chi governa, evidenziarne le responsabilità secondo la propria lettura politica, incalzare la maggioranza e provare a costruire consenso attorno a una posizione diversa.
Che poi lo faccia bene o male è un’altra questione. Anzi, si potrebbe persino sostenere che l’opposizione marsalese, in molte occasioni, dovrebbe essere molto più dura, molto più presente e molto più incalzante.
E invece ieri, dentro la discussione, la parola che sembrava ricorrere più di ogni altra era “vergogna”. Ed è qui che la vicenda rischia di assumere i contorni surreali di Macondo.
Si chiama dialettica politica
Una maggioranza che governa una città finisce a discutere, con evidente irritazione, di un post scritto dall’opposizione. Come se il problema non fosse più il contenuto della critica, ma il semplice fatto che quella critica sia stata pronunciata. Eppure esiste una cosa chiamata dialettica politica. E questa dialettica prevede esattamente che chi governa venga criticato da chi sta dall’altra parte.
La legge elettorale, del resto, non lascia molto spazio alle interpretazioni: chi vince governa, chi perde fa opposizione. I ruoli sono stabiliti dal voto. E chi siede tra i banchi della maggioranza non viene eletto per essere applaudito a ogni seduta del Consiglio comunale. Viene eletto per assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, compresa quella di ricevere critiche.
È sempre stato così. E basterebbe avere una memoria politica appena più lunga di quella di un pesce rosso per ricordarlo. Prima di essere maggioranza, molti degli attuali protagonisti della politica marsalese sono stati opposizione. E non proprio un’opposizione silenziosa.
Piero Cavasino, Leo Orlando, Flavio Coppola – oggi assessore – Rino Passalacqua: negli anni in cui sedevano dall’altra parte dell’Aula non hanno certamente risparmiato critiche, contestazioni e toni duri alle amministrazioni di turno. Per non parlare delle reiterate richieste di dimissioni.
Massimo Grillo è stato a lungo bersaglio di attacchi politici. Lo stesso Alberto Di Girolamo, quando era sindaco, ha conosciuto una stagione nella quale le critiche dell’opposizione arrivavano puntualmente in Consiglio comunale e attraverso comunicati stampa tutt’altro che teneri.
È la politica.
E se la memoria dovesse fare cilecca, ci sono sempre i social network. Oppure, ancora più banalmente, le vecchie registrazioni delle sedute consiliari. Basta riascoltarle.
Per questo sorprende che oggi si gridi allo scandalo perché l’opposizione attacca la maggioranza.
Perché cosa dovrebbe fare, esattamente, un’opposizione? Applaudire? Ringraziare? Aspettare pazientemente che chi governa finisca il proprio mandato? Un’opposizione che critica non sta necessariamente mancando di rispetto alla maggioranza. Sta facendo, nel bene e nel male, il proprio lavoro. E una maggioranza che viene criticata non sta necessariamente subendo un’ingiustizia: sta semplicemente esercitando il ruolo che il voto popolare le ha assegnato.
Naturalmente esistono limiti. La critica politica può essere aspra, ma deve rimanere nel perimetro del confronto civile e dei fatti. E allo stesso modo chi governa ha tutto il diritto di replicare, smentire, contestare e spiegare le proprie ragioni.
Ma trasformare ogni attacco dell’opposizione in uno scandalo significa, alla fine, spostare il fuoco dalla questione politica al fastidio personale per essere stati criticati. E quando si ricoprono ruoli pubblici bisogna mettere in conto entrambe le cose: gli applausi e le contestazioni, gli apprezzamenti e le critiche. È il prezzo – e insieme la sostanza – della democrazia rappresentativa.
Accettarlo non significa essere deboli. Significa avere la maturità politica per capire che il consenso non è un diritto all’immunità dalle critiche.
Perché se ogni volta che l’opposizione alza la voce la risposta è “vergogna”, forse il problema non è il volume della critica. Forse è la difficoltà ad ascoltarla.