Sette giorni di cattivi pensieri. Le guerre non finiscono quando finiscono
Comincio da un debito: quello del titolo. Sette giorni di cattivi pensieri è un omaggio, indegno ma dichiarato, alla rubrica che Gianni Mura tenne per anni su Repubblica. Prendo in prestito quelle parole, non certo la sua statura.
Da questa settimana mi ritaglio su Tp24 uno spazio domenicale per mettere insieme ciò che mi è rimasto addosso nei giorni precedenti. Fatti locali e nazionali, letture, libri, frasi ascoltate, dettagli che sembravano trascurabili e invece hanno continuato a lavorare. Non un riassunto della settimana: per quello c’è il giornale, ogni giorno. Piuttosto un quaderno aperto, nel quale possano stare vicini un voto in Parlamento e una scena in consiglio comunale.
Il titolo non comporta l’obbligo del malumore. Dovessero capitare anche dei buoni pensieri, troveremo il modo di ospitarli.
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L’arsenico non legge i trattati di pace. E nemmeno l’amianto. Alle recenti Giornate dell’etica di Erice, gli oncologi hanno richiamato l’attenzione sulle macerie di Gaza: fra le tante cose che contengono c’è anche l’amianto, con rischi per la salute destinati a durare decenni. Non basta sopravvivere al bombardamento. Bisogna sopravvivere anche a quello che lascia.
Ci pensavo leggendo un libro bellissimo, Guerra e clima, di Stefania Divertito, giornalista d’inchiesta specializzata in questioni ambientali, pubblicato dal Saggiatore. Una delle immagini che restano è Verdun: oltre un secolo dopo la Prima guerra mondiale, il suolo conserva ancora concentrazioni altissime di arsenico. Il libro arriva fino a Gaza, dove riporta la distruzione del 97 per cento delle colture arboree. Un secolo, in un caso. Quasi tutti gli alberi, nell’altro. Sono misure che facciamo fatica perfino a immaginare.
Noi abbiamo bisogno di una data finale, per mettere le cose a posto. La guerra, il dopoguerra, la ricostruzione. Il terreno non segue questa divisione dei capitoli. Conserva quello che noi vorremmo archiviare.
Le guerre non finiscono quando finiscono. Siamo noi, semmai, che smettiamo di guardarle.
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Alla scuola media Pipitone di Marsala, martedì, una ragazzina ha aggredito una compagna impugnando un coltello. Un collaboratore scolastico è intervenuto e l’ha disarmata, evitando conseguenze gravi. Sono stati chiamati i Carabinieri e attivati i servizi sociali e il sostegno di una psicologa. Questa, in breve, la ricostruzione raccolta da Tp24.
Il primo pensiero va alla compagna aggredita. Il secondo a quell’adulto che ha saputo intervenire. Poi ci sarebbero molte cose da dire, possibilmente senza ricavare da un episodio la diagnosi di un’intera generazione. Il coltello va fermato. Le spiegazioni richiedono più tempo.
Ma bisogna capire che i ragazzi, oggi, sono come sismografi. Registrano scosse che attraversano anche noi, ma che noi abbiamo imparato a chiamare normalità. Forse una parte della loro inquietudine riguarda proprio il mondo nel quale chiediamo loro di crescere: pretendiamo fiducia nel futuro, mentre facciamo fatica a descriverne uno credibile.
Dire che sono fragili ci mette nella comoda posizione di quelli solidi. Ecco, su questa nostra solidità avrei qualche domanda.
Non una generazione da aggiustare, dunque. Una fragilità collettiva da riconoscere. Con gli adulti dentro, non fuori dall’inquadratura.
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Di fronte all’appello di Mattarella per una scuola plurale e senza barriere, Meloni ha tirato fuori una vecchia circolare dello stesso Mattarella: invitava a non concentrare troppi alunni stranieri nelle classi. Risale al secolo scorso. Letteralmente. Mattarella era ministro della Pubblica istruzione. Pubblica: nel frattempo, dal nome del ministero è sparito anche l’aggettivo.
Ma quella era un’altra scuola, un’altra Italia. Citare il passato non significa contestualizzarlo. È questo il punto della critica al populismo: l’uso di una citazione al posto del confronto fra contesti diversi. La firma è la stessa; il Paese no.
Quel richiamo dovrebbe semmai aprire una domanda su questi decenni: che cosa abbiamo fatto per l’integrazione, se siamo ancora a discutere soprattutto del “numero” degli stranieri? Sono bambini, ragazzi, studentesse e studenti.
Franco Gabrielli, intervistato da Tp24, va alla radice: «Quale integrazione?». Già, quale? Leviamo l’istruzione, leviamo la socialità, leviamo le occasioni di partecipare. Per sottrazione si costruisce l’esclusione, non l’integrazione.
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Francesco Giacalone: stava tornando a casa dal lavoro. Aveva 46 anni. La notte del 18 settembre è morto sulla Statale 115, tra Mazara e Marsala. Aveva finito il turno, non il viaggio.
Quella strada tiene insieme gli spostamenti quotidiani di un intero territorio: pendolari, famiglie, camion, motocicli. Attraversa abitazioni e attività commerciali, raccoglie innumerevoli accessi laterali. E per lunghi tratti, di notte, è al buio. Le responsabilità del singolo incidente vanno accertate; le condizioni della strada si possono osservare anche senza aspettare il prossimo.
Sulla SS115, il 23 settembre, i sindaci di Marsala, Petrosino e Mazara hanno chiesto ad Anas un incontro urgente e interventi sull’attuale tracciato, senza aspettare la futura variante. Le domande, allora, sono concrete: quali lavori, dove, con quali risorse e con quali tempi? Penso a chi raggiunge i campi all’alba, magari in bicicletta, e a chi rientra dopo un turno serale. «Tornava dal lavoro» dovrebbe raccontare una giornata, non essere l’inizio di un necrologio.
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La cosa più bella sentita quest'anno in Parlamento. L'ha scritta, e l'ha letta, Gianni Cuperlo. Brividi.
Un pensiero, infine, per Gianmaria Testa. Quest’anno sono dieci anni dalla sua scomparsa e venti dall’uscita di Da questa parte del mare. Per me, uno degli album più belli della musica italiana degli anni Duemila.
Un intero disco dedicato all’emigrazione: un concept album, nel quale le canzoni sono capitoli dello stesso racconto. Partire, imparare una lingua, cercare un posto, domandarsi dove sia casa. In Ritals c’è anche la memoria di quando a partire erano gli italiani. Comincia così: «Eppure lo sapevamo anche noi».
È quell’“anche noi” che mi resta addosso. Sposta il punto dal quale ascoltare tutte le altre parole.
Il consiglio della domenica è di riascoltare il disco, tutto. Non soltanto per ricordare Gianmaria Testa. Anche per vedere che cosa, vent’anni dopo, riusciamo a sentire noi.
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