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18/09/2026 06:00:00

Trapani, il rispetto e la resa

Un avversario politico non è una persona da umiliare. Non è qualcuno da inseguire sui social, da screditare un post alla volta, da colpire finché ogni sua parola diventa un pretesto per ricominciare. Si possono contrastare tutte le sue proposte senza trasformare la sua persona nel terreno dello scontro.

 

Nella seduta sulle decadenze al Consiglio comunale di Trapani, questo tema è entrato esplicitamente in aula: Andrea Genco ha denunciato illazioni e attacchi sui social; Franco Briale ha richiamato il rispetto delle persone anche nella contrapposizione più aspra. Non si è discusso, dunque, soltanto di assenze e regolamenti, ma anche del modo in cui ci si affronta.

La decadenza di Marzia Patti è stata respinta: undici voti favorevoli e una scheda bianca. La maggioranza non ha partecipato al voto, così come Giuseppe Guaiana, Santo Vassallo e Franco Briale. Questo è l’esito della votazione. Ma il discorso sul rispetto non si esaurisce nel conteggio delle schede.

 

Nella logica della guerra personale, infatti, non basta più contestare una decisione: bisogna screditare chi l’ha presa. Non basta dimostrare che un argomento non regge: bisogna mettere in discussione la dignità di chi lo sostiene. Non si risponde più a ciò che l’avversario dice. Si cerca qualcosa con cui ferirlo.

 

E così non c’è mai una conclusione. Un voto chiude una pratica, ma non chiude il conto. Una discussione finisce in aula e ricomincia su Facebook. Ogni divergenza può diventare un’offesa da restituire, ogni risposta il motivo della provocazione successiva. È questo il meccanismo della contesa personale: non prevede una soluzione, soltanto un altro episodio.

 

Il confine da tenere fermo è qui. Fare politica non significa infangare e insultare le persone. Non significa prendere di mira qualcuno e trascinarlo nel fango. Un’insinuazione non diventa un argomento perché viene pubblicata su una bacheca. Un’offesa non diventa una denuncia perché raccoglie approvazione.

Non è una richiesta di buone maniere al posto delle domande. Non significa smettere di indagare, evitare una contestazione, tacere una responsabilità documentata. Il rispetto non è un lasciapassare per chi amministra e non è un obbligo di indulgenza per chi controlla.

 

Significa tenere insieme la nettezza della critica e la precisione dei fatti. Chiedere conto di un comportamento, senza usare quella contestazione come un’autorizzazione a colpire tutto il resto.

Contrapposizione anche forte. Distanza anche netta. Ma rispetto della forma e della sostanza.

 

Non il «lei» pronunciato con impeccabile educazione un attimo prima dell’insulto. Non la formula di cortesia che introduce un attacco personale. La forma conta quando corrisponde alla sostanza: riconoscere all’altro il diritto di rispondere, discutere ciò che ha effettivamente detto, non attribuirgli intenzioni come fossero fatti accertati.

Questo criterio riguarda chi governa e chi si oppone. Non distribuisce assoluzioni e non mette sullo stesso piano responsabilità diverse. Serve, al contrario, a distinguerle: attraverso gli atti e le parole di ciascuno, non attraverso l’appartenenza a uno schieramento.

 

A Trapani, dopo la discussione di Palazzo Cavarretta, la domanda sul rispetto resta anche oltre il caso Patti. Non riguarda chi debba andare d’accordo con chi. Riguarda il confine tra contestare un avversario e considerare la sua umiliazione un risultato.

 

Per rispettare una persona non occorre darle ragione. E per dimostrare che ha torto non occorre distruggerla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Editoriali | 2026-09-18 06:00:00
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Trapani, il rispetto e la resa

Un avversario politico non è una persona da umiliare. Non è qualcuno da inseguire sui social, da screditare un post alla volta, da colpire finché ogni sua parola diventa un pretesto per ricominciare. Si possono contrastare tutte...