Castellammare: "Io, ragazzina vittima di abusi. Adesso parlo"
Nel 2018 raccontammo la denuncia nei confronti di un autista di bus di Castellammare del Golfo, accusato di abusi su una minorenne durante il servizio. L’anno successivo, mentre il procedimento giudiziario era in corso e si avvicinava la sentenza, l’uomo si tolse la vita. Una vicenda che scosse profondamente la comunità e che generò un dibattito acceso, spesso doloroso.
Oggi quella ragazza, diventata adulta, ha deciso di scriverci.
Lo ha fatto dopo essersi imbattuta, ancora una volta, in commenti e discussioni online che rimettevano in discussione la sua parola, fino a trasformarla – nelle dinamiche tipiche del cosiddetto victim blaming – nella “causa” di quella tragedia.
Ci ha chiesto di pubblicare la sua testimonianza in forma anonima. Una richiesta che abbiamo accolto.
La lettera, che pubblichiamo integralmente in calce, non aggiunge nuovi elementi giudiziari. Non riapre il procedimento. Non cerca vendette. È piuttosto il racconto, a distanza di quasi dieci anni, di cosa significhi avere quattordici anni e trovarsi dentro un rapporto profondamente squilibrato, segnato – nelle sue parole – da manipolazione emotiva, silenzi, paura e senso di colpa.
È la voce di chi ha attraversato interrogatori, indagini, perizie, un iter processuale complesso e poi il suicidio dell’uomo imputato. Ed è anche la voce di chi, per anni, ha portato addosso il peso dei giudizi pubblici.
Nel suo racconto non c’è odio. Non c’è l’etichetta dell’“orco”. Non c’è nemmeno la volontà di infierire su una persona che non c’è più. C’è però una richiesta precisa: non trasformare una storia di violenza in una tifoseria da stadio.
Non ridurre le persone a stereotipi. Non spostare la responsabilità su chi, all’epoca dei fatti, era una minorenne.
La giovane ricorda un punto essenziale, che non è opinione ma principio giuridico: a quattordici anni non esiste simmetria di potere tra una ragazza e un uomo adulto che riveste un ruolo di responsabilità. È su questo squilibrio che invita a riflettere.
La sua testimonianza arriva dopo un percorso personale di elaborazione e psicoterapia. È, nelle sue intenzioni, un modo per chiudere definitivamente quella pagina. Ma è anche un invito collettivo a imparare qualcosa quando si commenta, quando si giudica, quando si prende posizione senza conoscere davvero la complessità dei fatti.
La lettera segue integralmente.
Sono “la signorinella causa di tutta la triste vicenda”.
A dire il vero per tantissimo tempo anch’io ho pensato di essere colpevole, anche se non so bene di cosa, ma l’ho pensato. Mi sono odiata per aver provocato una catena di conseguenze disastrose a una persona che evidentemente vi era a tutti molto cara.
Per fortuna sono cresciuta e adesso, all’età di 24 anni, so che non ho nessuna colpa e vorrei che lo sapeste anche voi. Non perché ho bisogno che qualcuno mi creda ancora: mi ha creduta chi ha studiato il mio caso, chi aveva gli strumenti e le competenze per dare un giudizio, e tanto mi basta. Lo vorrei, però, perché mi piacerebbe che imparaste qualcosa dalla mia storia.
Vorrei insegnarvi, con la massima umiltà possibile, che si può volere bene a qualcuno pur riconoscendone le problematicità. Vorrei insegnarvi che in storie delicate come queste non c’è da fare il tifo, non c’è da stare da una parte o dall’altra: si deve solo ascoltare, rispettare e, visto che vi ritenete anche religiosi, aggiungerei pregare per entrambi.
Voglio raccontarvi la storia dal mio punto di vista, prima di archiviare per sempre la questione, visto che questa persona non c’è più. Esiste un’intera famiglia e una comunità che sicuramente hanno ricevuto tanto da lui e che sentono la sua mancanza giorno dopo giorno, e non è giusto che si continui a parlare di tutto questo.

Lui non era una brutta persona, avete ragione voi. Nemmeno io sono mai riuscita a vederlo come tale. Mi ha fatto piangere tantissime volte, mi ha fatto avere paura tantissime volte, eppure non sono mai riuscita ad odiarlo davvero e non ci riesco nemmeno adesso.
Io l’ho conosciuto bene, abbiamo passato tantissimo tempo insieme, soli, ma anche in compagnia. Certo, i ricordi sono sempre più sfocati, d’altronde sono passati quasi dieci anni, e in più il trauma di tutto quello che mi è successo ha spazzato via molte cose, molti dettagli. Ma ricordo comunque molto di lui.
Era davvero una persona come tante, non un mostro a tre teste, ma una persona comune che, nel rapporto con me, ha oltrepassato un limite che non avrebbe mai dovuto superare.
Ricordo ancora cosa successe la prima volta, quella che avrebbe poi aperto un rapporto ambiguo, sbagliato, squilibrato. Eravamo soli, mi prese la mano e la mise nei suoi pantaloni e io scappai. Lui non ne fu spaventato, perché da lì in poi fece delle cose simili, e ovviamente peggio, tante altre volte.

A differenza di quanto dite voi nei commenti, io non conoscevo il sesso, affatto. Ma conoscevo il non essere apprezzata. Conoscevo l’essere la ragazzina rotondetta, con le lentiggini, impacciata che non viene considerata da nessun coetaneo, a differenza delle sue amiche che hanno già tutte il fidanzatino e sembrano vivere la vita perfetta, sempre amate, apprezzate, mai sole. E quando è così, fai in modo che qualsiasi attenzione ti venga data non vada sprecata, anche quando si tratta del rapporto più disfunzionale del mondo, tu in qualche modo non lo rifiuti del tutto.
Ricordo che, quando pensavo o sapevo che lo avrei incontrato, all’ultima ora di lezione mi saliva il magone, avevo la vista offuscata, mi sentivo male e vomitavo, sempre. Anche quando non mangiavo. Ricordo lucidamente i dieci minuti prima di uscire dalla scuola passati in bagno a vomitare anche il nulla, solo succhi gastrici.
Quando tutti quelli vicini a me seppero la mia storia, dissero: “Perché ci andavi? Era una violenza ricorrente che ti potevi evitare, perché sei stata zitta? Perché l’hai accettata?” Non lo sapevo neanche io, non capivo nemmeno io perché ero disposta ad accettare tutto questo, ma con gli occhi da adulta, adesso, so che si trattava di una manipolazione emotiva in piena regola, seppur forse non così consapevole da parte sua.
Io credo però che lui sapesse benissimo il baratto a cui stavamo partecipando. Lui mi faceva sentire la ragazzina più bella, più matura, più intelligente del mondo e io, solo per cinque minuti - cinque minuti dolorosissimi che mi facevano venire le lacrime e i crampi allo stomaco dal disagio, dall’umiliazione, dal disgusto, ma pur sempre cinque minuti - dovevo accontentarlo.

Nonostante io mi rifiutassi e opponessi resistenza ogni singola volta, lui non capiva mai, secondo me, fino a che punto questa cosa mi facesse male, mi stesse causando un enorme trauma. Ha sottovalutato tutto, come probabilmente l’ho fatto anche io, non sapendo dei danni a lungo termine che questa violenza avrebbe avuto su di me.
Era una manipolazione in piena regola, perché quelle pochissime volte che io “vincevo”, che davvero non si faceva nulla, davvero potevo stare tranquilla e non fare niente che non mi piacesse, lui non mi parlava più. Non mi parlava più per giorni. Diventavo trasparente, inesistente. Tornava a parlarmi solo quando capiva che era il momento di cedere per entrambi, che sarebbe tornato in atto il solito schema: lei vuole l’amore che le manca, io ho bisogno di svuotarmi i testicoli, entrambi abbiamo quello che vogliamo.
E credetemi, da leggere sembra una cosa semplice, non poi così dolorosa, ma se fosse capitato a voi a quattordici anni, non sono sicura che sareste tutti qui in grado di raccontarlo. Non voglio sentirmi più forte di nessuno, non lo sono, ma sono sicura che non è da tutti sopravvivere a una violenza così subdola e a suo modo silenziosa, che ti fa provare una solitudine e un senso di inadeguatezza tremendi.
Adesso andiamo alla cronaca però, ecco come sono andate le cose:
A un certo punto, dopo un anno di questa storia, ero davvero a pezzi. La mia autostima, la mia socialità erano completamente minate da quanto stava succedendo ormai da troppo tempo.

Volevo essere una quindicenne normale, volevo avere delle normali esperienze, da ragazza normale, rapportarmi con l'altro sesso in maniera normale. Così, estenuata da questa situazione, scrissi un messaggio da un profilo falso ad un membro della sua famiglia.
Il trauma c'è, ma fa anche tenerezza ripensare a quel messaggio. Lui mi riteneva “colta” per la mia età, allora per allontanare ogni sospetto da me, provai a scrivere un messaggio pieno di errori grammaticali, che andava dritto al punto.
Il messaggio diceva (non ricordo le parole precise): "Tuo [...] (preferisco non specificare il grado di parentela) è un maniaco, abusa delle ragazzine mentre lavora." Questo parente lesse subito il messaggio e mi disse che mi avrebbe denunciato. Io lì per lì fui morta di paura, ma non pensavo potesse succedere davvero.
Sul bus per tornare a casa, qualche giorno dopo, lui stesso mi disse che avevano scritto il messaggio a questo suo parente, che era sicuro si trattasse di un suo collega invidioso che aveva fatto dei commenti osceni su di me in precedenza e che non ci potevano essere prove (ed era vero, di prove potevo averne solo io, ma lui escludeva totalmente che fossi io, non mi riteneva abbastanza “coraggiosa”. Ricordo che una volta, tempo prima, gli chiesi se avesse paura della situazione nella quale si era cacciato e lui si mise a ridere rumorosamente dicendo che era sicuro che io non lo avrei mai denunciato. E ahimè, aveva ragione. Le cose sono precipitate per motivi ben lontani da una possibile mia volontà di denunciare). Per questi motivi era deciso a sporgere denuncia contro ignoti per diffamazione e fargliela pagare a chiunque fosse stato.
Nel frattempo, per sicurezza, dovevamo interrompere qualsiasi rapporto fisico, perché, data la denuncia, magari l'ignoto a quel punto poteva raccogliere delle prove e mostrare che aveva ragione.
Da un lato, fui felicissima. Pensai davvero che adesso potevamo volerci bene senza ricatti sessuali. Dall'altro, provai un sentimento di ansia terribile. Lui aveva davvero fatto quella denuncia contro ignoti e credevo mi avrebbero scoperta.

Il tempo passa, siamo entrambi tranquilli. Lui ogni tanto allude con qualche battuta all'insoddisfazione sessuale che prova, ma ammette anche che la sua vita andrebbe distrutta (e aveva ragione) se si fosse saputo qualcosa del genere sul suo conto, perciò meglio non rischiare.
Marzo 2018, ben dieci mesi dopo il famoso messaggio, la polizia mi telefona e mi dice che devo recarmi in commissariato perché dal mio indirizzo IP è partito un messaggio diffamatorio.
Dopo quei mesi in cui ero riuscita a trovare una sorta di tranquillità, l'incubo mi piomba di nuovo addosso. Il giorno della festa delle donne, mi reco al commissariato.
Mi è sembrato che i poliziotti non fossero particolarmente avvezzi ai social network e non sapessero bene che ruolo giocassero i messaggi privati in un contesto di reato di diffamazione, dunque mi dicono: o ci racconti tutto sul perché hai scritto questa cosa oppure ti becchi una bella denuncia per diffamazione.
Io, davanti ai miei familiari pieni di lacrime e rabbia, racconto tutto, un vomito di parole che non riuscivo a fermare su tutto quello che avevo subito: un adulto, responsabile dei trasporti utili a recarmi a scuola, aveva abusato di me, una ragazzina di 14 anni. Sì, abusato. A quattordici anni non esiste consenso che tenga, anche se fossi stata la ragazza sfrontata che mi descrivete senza conoscermi. Non lo ero. Ma anche se lo fossi stata, stiamo parlando di una ragazzina di 14 anni e di un uomo che avrebbe potuto essere suo nonno. Con una differenza d’età così marcata non esiste forza caratteriale che tenga: c’è uno squilibrio evidente di potere e una forma di coercizione, anche implicita, che fa ricadere la responsabilità interamente sull’adulto. Se fossi vostra figlia, non avreste dubbi su questo. Persino io stessa, oggi che sono soltanto una ventenne e non una cinquantenne, se mi trovassi in una situazione analoga con un quattordicenne, saprei riconoscere senza esitazioni che si tratterebbe di un abuso e che la responsabilità ricadrebbe interamente su di me.
In ogni caso, dopo questa catarsi, viene contattato il magistrato che spiega subito ai poliziotti che in realtà non si tratta affatto di una diffamazione: il messaggio, l'accusa, erano in via privata, non ho accusato o calunniato qualcuno in pubblico, dunque il fatto non sussiste.

Ma ormai era troppo tardi, avevo raccontato tutto, per i poliziotti un reato c'era e adesso che ne erano a conoscenza, non si poteva più tornare indietro. Da lì comincerà un iter da incubo, che non augurerei a nessuno di voi.
Interrogatori in commissariato e in tribunale, notifiche varie, chiamate ricorrenti, tutto questo davanti alla mia famiglia distrutta (qualcuno tra i commenti si è anche permesso di mettere bocca su come mi hanno cresciuta i miei genitori, che imbarazzo) da questo segreto che era emerso causando un enorme dolore.
Fanno delle indagini molto accurate, in borghese si muovono intorno ai vari luoghi "incriminati", ascoltano, guardano, vedono con i loro stessi occhi che questa persona si fa baciare sulla guancia dalla maggior parte delle ragazzine che salgono sul bus e spesso le coglie di sorpresa girandosi mentre lo fanno per scontrarsi con le labbra e fingere che si tratti di un incidente innocente. Così si fanno le prime idee, poi ascoltano la mia migliore amica, poi i suoi colleghi, a questo punto hanno un quadro già abbastanza chiaro e dopo circa 20 giorni dal mio primo verbale vanno a prenderlo sul luogo di lavoro.
Con la vostra lente misogina mi inquadrate forse come la ragazzina fatale felice di sedurre e abbandonare e fare passare i guai, ma invece il giorno in cui seppi che lo vennero a prendere, piansi forse come non mai.
Pensai che non avrei mai dovuto inviare quel messaggio e invece, con il senno di poi, capii che quel messaggio mi salvò da una situazione dalla quale magari sarei riuscita a uscire solo anni dopo, con chissà quante ferite in più.
Le cose andarono per le lunghe, per costituirmi parte civile dovetti pagare un avvocato che i miei genitori non si potevano neanche permettere, perdere giorni di scuola che nessuno mi può più restituire, giorni di giovinezza e spensieratezza e infine, poco prima che lui prendesse la decisione di porre fine alla sua vita, ero stata avvisata che stava per arrivare la condanna, probabilmente a 4 anni.
Una condanna frutto di molte prove, a differenza di come credete, non è una persona infamata e accusata sulla base del nulla, la condanna stava per arrivare a seguito di un intero anno di raccolta di materiale, di vario tipo, prove certe, tangibili, inconfutabili e, tra le altre cose, una perizia psichiatrica molto complessa su di me.
Quando seppi che si era tolto la vita, rimasi anestetizzata, soffrii per tantissimo tempo ma ad un certo punto non avevo neanche più lacrime, ero in shock, scrissi addirittura ai figli di questa persona (ad oggi non lo rifarei, posso immaginare che li abbia solo ulteriormente infastiditi il mio gesto, ma ero più piccola e mi muovevo diversamente da come farei oggi), eppure voi negli stessi giorni eravate su facebook a dare sentenze su di me, a vedermi come una rovina famiglie che agisce senza remore.
Questo è solo un pezzetto della storia mia e di questa persona, ci sono mille altre cose che anche per legge forse non è giusto rendere pubbliche in questo contesto, ma soprattutto ci sono mille sfumature e sensazioni che non saprei nemmeno come raccontare.
Io ho avuto la fortuna di riuscire a fare varie sedute di psicoterapia e adesso ho elaborato e “allontanato” questa cosa da me, mi spiace invece che lui non abbia avuto la stessa possibilità, perché sì, io l'ho perdonato.
Sono d'accordo con voi, neanche a me piace il giornalismo sensazionalista che si rifugia in etichette come "orco", era una persona e merita di riposare in pace anche nonostante i suoi numerosi e ricorrenti errori dettati da una mancanza totale di empatia nei miei confronti e di un ascolto esclusivo dei suoi bisogni fisici.
Nonostante questo, era giusto che voi sapeste qualcosa in più, questi vostri commenti sono inquietanti e spero che dalla mia testimonianza abbiate imparato qualcosa. Non mettete mai la mano sul fuoco per nessuno, anche se quella persona la conoscete benissimo, non potete conoscere tutti i suoi lati, non potete esserne davvero certi, con voi era buonissimo e con me no, le due cose possono essere vere entrambe e allo stesso tempo, adesso lo sapete.
Non trasformate mai più una faccenda così delicata in una tifoseria da stadio, lei una zo**ola, lui una persona per bene vittima di una zo**ola, oppure lei una vittima e lui un orco che meritava la fine che ha fatto.
Siamo 2 persone, con i nostri problemi, le nostre mancanze, i nostri bisogni, ovviamente il colpevole è uno, lui era l'adulto e la parte "attiva", però ormai non c'è più, quindi merita rispetto. Ma vi chiedo di avere rispetto anche per me. Sono una persona con un'intera storia di vita, ho una famiglia, successi, fallimenti, ferite, complessità, pregi, difetti, e non merito di essere ridotta alle vostre etichette facili e offensive.
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