×
 
 
21/02/2026 06:00:00

Comuni siciliani, 200 milioni in meno: ANCI attacca il Mef sul Fondo di solidarietà

C’è una cifra che rimbalza con insistenza nei palazzi municipali dell’Isola: circa 200 milioni di euro l’anno. È questo il divario che, secondo ANCI Sicilia, separa i fabbisogni reali dei Comuni siciliani dalle risorse effettivamente trasferite dallo Stato attraverso il Fondo di solidarietà comunale.

 

I numeri

 

Il nodo è tutto nei numeri. Per garantire i servizi essenziali a ogni cittadino servirebbero, in media, 416 euro pro capite. I trasferimenti statali, però, si fermerebbero attorno ai 137 euro. Una forbice che obbliga le amministrazioni locali a colmare il vuoto con un incremento della pressione fiscale locale – tra tributi e sanzioni – o, in alternativa, con un ridimensionamento dei servizi. E a farne le spese sono soprattutto i settori più delicati del welfare: asili nido, assistenza domiciliare, centri diurni, strutture per anziani.

Al centro della contestazione c’è il criterio di riparto del Fondo di solidarietà comunale definito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, oggi guidato da Giancarlo Giorgetti. Secondo i sindaci, il meccanismo applicato dal 2016 in poi avrebbe penalizzato sistematicamente i Comuni siciliani, lasciandoli intrappolati in una condizione di “doppio svantaggio”: valutati sulla base dei fabbisogni standard più efficienti, ma finanziati ancora con parametri ancorati alla spesa storica.

Una contraddizione che, denunciano dall’associazione, finisce per ampliare il divario territoriale anziché ridurlo. E che rischia di entrare in rotta di collisione con i principi costituzionali di autonomia e perequazione. Il tema si intreccia inevitabilmente con quello dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e con il dibattito sull’autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega, oggi forza centrale nel governo presieduto da Giorgia Meloni. Perché senza un finanziamento adeguato dei Lep, l’autonomia rischia di tradursi in una competizione al ribasso per i territori già fragili.

 

La posizione dei sindaci

 

I sindaci respingono anche l’ipotesi che il gap possa derivare da carenze nella trasmissione dei dati sui fabbisogni standard: rivendicano un lavoro puntuale e continuativo nella raccolta delle informazioni richieste. Il problema, sostengono, non starebbe nei Comuni ma nelle scelte politiche e nei criteri tecnici adottati a livello centrale, oltre che nella scarsa incisività della rappresentanza istituzionale siciliana nel far valere le ragioni dell’Isola.

Il confronto con il Mef, avviato nei mesi scorsi, non avrebbe prodotto risultati concreti. Da qui la linea dura: richiesta di aggiornamento immediato delle basi dati utilizzate per il calcolo del Fondo, piena applicazione dei fabbisogni standard e attivazione reale della componente perequativa. E, se necessario, anche il ricorso alle vie legali per tutelare gli enti locali.

La questione non è solo contabile. In gioco c’è la capacità dei Comuni siciliani di contrastare lo spopolamento e la desertificazione economica: incentivi alla residenza, sostegno alle imprese che assumono, misure per favorire il rientro dei lavoratori e il cosiddetto south working. Senza risorse adeguate, ogni strategia di rilancio rischia di restare sulla carta.

Il braccio di ferro è aperto. E stavolta i sindaci sembrano intenzionati a non limitarsi a una denuncia formale: il conto, assicurano, sarà presentato fino in fondo.