Elezioni a Marsala, il gioco delle tre carte di Sturiano
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Che la politica faccia giri immensi è cosa risaputa; che a Marsala accadano cose al limite della fantapolitica è altrettanto acclarato.
Facciamo un passo indietro. Tre anni e mezzo fa Enzo Sturiano, presidente del Consiglio comunale di Marsala, è entrato in giunta insieme a Stefano Pellegrino. Hanno piazzato rispettivamente tre assessori, tutti di peso, con deleghe che spesso sono state sostenute direttamente da Sturiano, e hanno occupato anche una casella nella partecipata comunale Marsala Schola. Massimo Grillo, sindaco uscente e ricandidato, ha deciso persino di sostenere Sturiano alle Regionali del 2022, inimicandosi altri candidati, da Pellegrino a Eleonora Lo Curto. Sturiano, pur essendo tesserato di Forza Italia, decise allora di candidarsi con l’MPA. Non venne eletto: la lista non superò nemmeno il 5 per cento.
Sturiano amministra dunque insieme a Grillo da diversi anni, non come semplice seconda carica della città, ma come parte integrante dell’Amministrazione. I suoi assessori sono Donatella Ingardia, recuperata anche nell’ultima rimodulazione della giunta per volontà di Sturiano (con un vero e proprio “corri corri” poco prima della mezzanotte), Ivan Gerardi ai Lavori pubblici – delega richiesta e concessa dal sindaco – e Salvatore Agate, che ha già messo un paletto: non sposerà la candidatura di Fici. A questo si aggiunge la postazione in Marsala Schola, ottenuta con il piazzamento di Gaspare Lentini. Parliamo di figure tutte riconducibili al gruppo Sturiano, non a quello di Pellegrino.
Il gioco di Sturiano
Ad alcuni esponenti del suo partito è stata chiesta la sua disponibilità a candidarsi a sindaco. Sturiano l’ha concessa a una sola condizione: un centrodestra unito. Ma Sturiano sa bene che quell’unità è solo invocata, non praticata. Nel suo stesso partito ha giocato più partite, come vedremo.
Siamo al 2 febbraio: Sturiano è ancora in giunta con Grillo, dice di essere in campo con la sua candidatura, ma tutto porta a sostenere Nicola Fici. Un’abile operazione di inaffidabilità politica e partitica, in linea con quanto accaduto negli ultimi anni a Marsala. L’operazione verrà probabilmente spacciata come un sacrificio per unire il centrodestra. Ma l’area politica a cui Sturiano dice di appartenere non è una stazione di servizio: è un contenitore che in questi mesi ha lavorato senza la sua presenza e senza quella di Pellegrino, pur invitato.
Sturiano gioca dunque su tre tavoli. La manovra è chiara: perdere tempo, arrivare a metà o fine febbraio e poi portare tutti da Fici, assessori compresi. Nel frattempo, restare in giunta. Del resto, 3.600 euro al mese non sono pochi e amministrare potere consente anche di fare campagna elettorale.
La domanda è inevitabile: perché non sono usciti dalla giunta quando il segretario provinciale ha tracciato questa linea politica, se oggi dicono di essere pronti a lasciare? La risposta è semplice: conservazione del potere. Il gruppo Sturiano si muove così: entra nei partiti e deflagra ciò che trova intorno. Basti ricordare che, quando provarono a entrare nel PD ai tempi del sindaco Alberto Di Girolamo, non vennero nemmeno consegnate loro le tessere. Furono lasciati sulla porta.
Cosa dovrà spiegare Sturiano
La sua posizione oggi non è una prova di forza, ma di debolezza. Una debolezza che riguarda anche il gruppo che sostiene Fici, il quale difficilmente può parlare di discontinuità rispetto a Grillo accogliendo Sturiano e il suo entourage. Altrimenti vale la solita regola: l’originale è preferibile alla fotocopia.
Sturiano sa bene che ogni sua mossa viene osservata da esponenti politici di peso. Ed è legittimo chiedersi come possa un presidente del Consiglio, con quattro postazioni di maggioranza e a meno di tre mesi dal voto, decidere di lasciare la nave dopo aver ottenuto tutto, per ricollocarsi altrove. Con quale credibilità, umana prima ancora che politica?
È vero che la politica ci ha abituati a vedere tutto e il contrario di tutto, ma l’affidabilità resta l’unico capitale per costruire un percorso solido. In questo scenario, Sturiano lascerebbe Grillo per sponsorizzare Fici, una candidatura sulla quale Pellegrino continua a nutrire forti perplessità, magari sperando di tornare a fare il presidente del Consiglio. Sempre che altri consiglieri siano disposti a seguirlo.
Ma Sturiano non dovrà spiegare queste scelte agli addetti ai lavori. Dovrà spiegarle alla città, chiamando le cose con il loro nome: convenienza. Non slogan come “abbiamo i numeri e facciamo quello che vogliamo”. Quella non è politica, è chiacchiera di basso livello.
Il gruppo Fici
Dicono di voler rinnovare e creare una nuova classe dirigente, ma pur di vincere metterebbero dentro chiunque. Poi dovranno fare i conti con i numeri.
Fici, pur appartenendo al tessuto imprenditoriale cittadino, non è conosciuto come dovrebbe esserlo un candidato sindaco a pochi mesi dal voto. Ha scelto di non stare al centro del dibattito, di non essere contro Grillo, di non comunicare. È una scelta, ma non è politica. È una strategia che non paga e infatti annaspa. Senza identità, è difficile che resti un messaggio chiaro.
Con lui non ci sono solo civici, ma anche pezzi di partito. Nessuno osa dire no all’eventuale ingresso di Sturiano. Devono vincere. Governare, poi, sarà il problema, tra piazzamenti richiesti e ambizioni legittime ma non sempre necessarie. Così guardano con sospetto l’operazione, ma ingoiano amaro: sanno che così arriverebbero al ballottaggio. Sottovalutando però Andreana Patti e lo stesso Grillo.
Chiamarla politica è un errore
Qui le parole smettono di essere politica e diventano altro: istinto di sopravvivenza, paura di perdere consenso, molto prima del senso di comunità. Non sono scelte che nascono dal bene collettivo, ma dall’urgenza di restare in piedi a ogni costo.
Il confine è superato. E chiamarla ancora politica è un errore. Perché la politica, quella vera, richiede coraggio, trasparenza e assunzione di responsabilità. Qui siamo davanti a una salvezza personale mascherata da decisione pubblica, a una corsa che usa le istituzioni come scudo e il consenso come ossessione. Il prezzo, però, è sempre lo stesso: lo pagano i cittadini, la fiducia collettiva e, alla fine, la credibilità di chi pensa di fare politica.
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