15/01/2012 17:08:52

La “società mafiogena” e la “complessità” nell’opera di Umberto Santino

 

Il 2010 è stato un anno particolare per l’editoria della letteratura che si occupa di mafia e camorra. È l’anno in cui lo scrittore Roberto Saviano, la casa editrice Einaudi e Umberto Santino, Presidente del CENTRO SICILIANO DI DOCUMENTAZIONE GIUSEPPE IMPASTATO di Palermo, nonché scrittore e noto studioso del fenomeno mafioso, si trovano al centro di una vertenza per rimettere in piedi una verità storica manomessa dallo stesso Roberto Saviano. E Saviano,  sebbene chiamato direttamente in causa e al chiarimento, non ha mai accettato il confronto e l’incontro con U. Santino, né posto riparo alla défaillance. Neanche l’Einaudi, nonostante gli interventi legali, si è mai curata della cosa. Anzi, ha risposto con arroganza!

Lo scrittore Roberto Saviano, che pubblicava “La parola contro la camorra” con l’editrice Einaudi, su la “Repubblica” il 25 marzo 2010 – ignorando date, avvenimenti e soggetti a diversa misura coinvolti (i giudici Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, il Centro Impastato, i familiari e compagni di Peppino e lo stesso Umberto Santino) – scriveva infatti che il film “I cento passi” (estate 2000) di Marco Tullio Giordana aveva “fatto riaprire il processo contro i responsabili dell’assassinio di Peppino Impastato” (Don Vito a Gomorra, p. 222), quando, invece, le indagini erano state riaperte prima dell’uscita di quel film. Preparati gli atti fin dagli anni Ottanta, la prima condanna infatti è per Vito Palizzolo (1999/2001); segue quella di Tano Badalamenti (2000/2002).

“Don Vito a Gomorra” di Umberto Santino (Editori Riuniti University Press 2011) è uno dei due libri di cui si parlerà a Marsala il 28 gennaio 2012 (ore 17-19) nella sala conferenze del “Convento del Carmine” di Marsala. (Editori Riuniti University Press 2009). È un libro che si muove tra ironia e impegno per il rispetto narrativo e coerente delle cose.

L’altro libro dello studioso e scrittore Santino, e Presidente del “Centro G. Impastato” di Palermo, è “Storia del movimento antimafia-Dalla lotta di classe all’impegno civile” (Editori Riuniti University Press 2009). Un lavoro che segue la coppia mafia/antimafia dalle origini ad oggi e lo scrupolo del dettaglio in note. In appendice l’elenco delle “associazioni e iniziative antimafia in Italia”.

La presenza del noto studioso palermitano al “Carmine “ di Marsala, al di là della vicenda personale Saviano/ed. Einaudi/Santino e sulla défaillance di Roberto Saviano, è stata voluta e promossa però per un incontro che affrontasse il tema della/e mafia/e e delle sue metamorfosi pur passando attraverso testi di natura giornalistico-letteraria e marketing editoriale (GOMORRA  di R. Saviano; DON VITO di M. Ciancimino) e testi di altro e alto spessore storico e teorico-analitico, quali quelli che da anni scrive Umberto Santino.

L’incontro –“Mafia e antimafia, tra lotte e spettacolo” –è organizzato dalle Associazioni “CODICI”, “Già Lu Mà”, “Libera” e da “Ong non-estinti poetry”. Umberto Santino (noto studioso del fenomeno mafioso  e Presidentedel CENTRO SICILIANO DI DOCUMENTAZIONE GIUSEPPE IMPASTATO di Palermo) e la sua opera saranno introdotti da chi scrive.

Modera i lavori Vincenzo Figlioli. Massimo Pastore e Mariangela Isaia leggeranno passi tratti dalle due opere (“Don Vito a Gomorra” e “Storia del movimento antimafia”) di Umberto Santino.

Ma per un semplice cenno orientativo (e quasi recensivo) qui piace spendere qualche parola di anticipo.

Passando attraverso le diverse fasi storiche (transizione dal feudalesimo al capitalismo, mafia agraria, mafia urbano-imprenditoriale, mafia finanziaria, mafie dei traffici internazionali, etc.) e le metamorfosi culturali e politiche, il noto studioso palermitano (Umberto Santino) segue e propone l’evolversi dell’intrecciarsi di mafia e antimafia con il suo riflettersi nelle varie iniziative e saperi disciplinari (umanistico-letterari e non) con scrupolosa analisi e sintesi puntuale.

È come l’attraversamento di un prisma variegato che l’autore  ci descrive toccandone i diversi punti di vista che lo rifrangano cogliendolo all’interno di una linea dello sviluppo capitalistico e della sua potenza di espropriazione classista e violenta. Il programma che vada oltre lo spazio del singolo avvenimento. Un programma cioè che si ponga come un’alternativa complessiva e possibile al quadro odierno che gira intorno “alle mafie e alla società mafiogena, a partire da esperienze già fatte o in corso” (Storia del movimento antimafia, p. 443).

Punti di riferimento fondamentali e irrinunciabili di questa alternativa di studio e azione sono la conoscenza dei fenomeni criminali (piano della teoresi), la confisca dei beni (piano economico), l’individuazione delle forme di collusione (piano politico), associazionismo e riappropriazione del territorio (piano sociale), comportamenti della vita quotidiana e democratizzazione della scuola (piano culturale ed educativo), pratica del pluralismo, impegno comunitario e radicalità del conflitto (piano etico) e non unanimismo.

Il Direttore, Umberto Santino, del “Centro G. Impastato”, propone ( in sintesi) lo studio del fenomeno all’interno di quello che lui chiama  modello (paradigma) della complessità, ovvero un vasto sistema di relazioni sistemiche che coinvolge poteri, attività, persone e istituzioni a vario livello territoriale locale, regionale, nazionale e non.

Il fenomeno mafiogeno, allora, per essere affrontato, necessita di conoscenza e lotte mirate attorno a un progetto comune, piuttosto che al consenso acritico e tributario di manifestazioni spettacolari (tronfie e piene di rumore come parate/trionfi o piagnistei ritualistici di certe montature massmediali) – che svaniscono senza lasciare traccia alcuna –, o a personaggi carismatici (magistrati, poliziotti, imprenditori onesti, preti di prima linea, etc.), o a scrittori mitizzati dalla letteratura giornalistica e dal marketing editoriale come quello che ha investito il lancio di Roberto Saviano con GOMORRA.

Certo la parola letteraria orale e scritta è una forma di azione, ma non è certo causa di rivoluzioni né di toccasana, specie se la comunicazione baypassando il pensiero solletica la sfera dell’emozionalità immediata e bassa, e la nutre con l’estetizzazione dello spettacolare o del sensazionale strumentale.

Nell’opera GOMORRA di Saviano – peraltro molto discussa e controversa sul piano della sua stessa letterarietà, e a detta degli stessi critici del settore –, scrive U. Santino, non si ha neanche certezza del genere. In altre parole non sappiamo se è “un saggio, un’autobiografia o un ibrido”; si ha invece la certezza e la determinatezza del risalto dell’“Io volutamente ipertrofico” dell’autore-personaggio (Roberto Saviano) e una scrittura enfatico-viscerale:  

 

“ A chiusura del libro [...] ci si chiede se tutto quello che abbiamo letto nel libro è vero o non sia un’invenzione. Le persone che appaiono nel libro sono inequivocabilmente vere, sono tratte dalle cronache controllabili, ci sono riferimenti a inchieste, ma al centro della narrazione c’è l’autore-personaggio che non si capisce se si racconta fedelmente o se racchiude in sé eventi ed esperienze diversi condensati in un Io volutamente ipertrofico. [...] una scrittura intestinale, orifiziale, carnale, enfatica, decisamente sopra le righe, che evidentemente incontra il gusto del lettore contemporaneo” (Don Vito a Gomorra,  p. 152).

 

Se è vero che il fenomeno mafiogeno non è facilmente aggirabile per le sue molteplici connessioni interne ed estere, imprenditoriali e affaristiche, legali e illegali inerenti all’espropriazione capitalistica e alla sua violenza di classe, è anche vero che il fronte della contrapposizione è un ventaglio di forze frammentato e variegato.

 

Il “movimento antimafia attuale si presenta come un insieme eterogeneo di gruppi di volontariato, di spezzoni di partiti e sindacati, di singoli cittadini, che organizzano iniziative di vario tipo, attivandosi soprattutto sull’onda di grandi spinte etico-emotive. [...] non c’è un linguaggio comune [...] si assiste a divaricazioni – che  rendono – precarie le forme di collaborazione per dar vita a iniziative unitarie. [...] Il movimento antimafia attuale è in larga parte informale o strutturato in forme di tipo associazionistico (centri di studio e documentazione, associazioni culturali, organizzazioni di categorie, comitati di familiari di vittime, ecc.); esso aggrega cittadini provenienti da varie classi, ma più che interclassista è aclassista, in quanto non si pone problemi di collocazione sociale. [...] Il movimento si autodefinisce autonomo ma non sempre lo è: spesso opera in maniera più o meno palese l’eterodirezione [...] sul terreno della mobilitazione sociale non c’è niente all’orizzonte che assomigli a una prospettiva globale [...] la complessità riusciamo in qualche modo ad analizzarla o a intravederla ma non abbiamo strumenti per governarla” (Storia del movimento antimafia, pp. 429, 431, 441).

 

La mafia, oggi, scrive Santino, intanto, per essere ben conosciuta, ha bisogno di essere studiata secondo i criteri del modello della complessità. Essa, infatti, è frut­to dell’interazione  “tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale; è insieme organizzazione criminale e sistema di rapporti, transclassista, ma con la netta prevalen­za della «borghesia mafiosa» composta da sogget­ti illegali (i capomafia) e legali (professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni) che condividono interessi e codici culturali”.

È un sistema rela­zionale che nel tempo si è sviluppato e modificato; il che comporta necessariamente vie nuove e coordinate per inciderne e abbatterne la struttura portante.

La lotta deve essere di tutti, partecipata e collettiva. Dalla memoria delle lotte contadine, operaie e sindacali fino ai movimenti dell’eterogeneità associazionistica di oggi, l’azione di attacco e disgregazione del “capitale illegale” della “borghesia mafiosa” (globalizzatasi) deve organizzarsi come una serie di cerchi concentrici volti a disgregarne crescita e coperture.

Non va taciuto il fatto che certe politiche governative, tese a tutelare paradisi fiscali, transazioni liquide, scudi fiscali e segreti bancari o altri escamotage fiscali-finanziari, hanno ostacolato (e tutt’ora ostacolano) la lotta alle mafie, facendo collidere nel contempo apparati dello Stato e criminalità mafiosa, lì dove non ci sono state vere e proprie connivenze opportunamente coltivate. Da Portella della Ginestra, prima e poi, non sono isolati i casi che hanno mostrato l’esistenza della devastante contaminazione e del connubio operante.