15/12/2014 07:31:00

Mafia, maxi sequestro di 20 milioni di euro per la rete di Messina Denaro. Nomi e cifre

 Carabinieri e guardia di finanza hanno sequestrato complessi aziendali, attività agricole e commerciali, terreni, fabbricati, autoveicoli e disponibilità finanziarie per oltre 20 milioni di euro riconducibili alla "famiglia" mafiosa del boss latitante Matteo Messina Denaro. Il sequestro ha interessato diverse persone arrestate nel dicembre 2013 perché coinvolte nel supporto alla latitanza e nel controllo degli interessi economici del boss.

I nomi degli imprenditori raggiunti dal decreto di sequestro sono già noti alle cronache: Mario Messina Denaro (cugino del capomafia per conto del quale si sarebbe occupato di estorsioni), Giovanni Filardo (pure lui cugino del latitante e impegnato nel settore dell'edilizia. Dichiarava pochissimo al fisco ed era in possesso di un patrimonio a sei zeri), Francesco Spezia (ritenuto intestatario fittizio della Spe.Fra Cistruzioni srl), Vincenzo Torino e Aldo Tonino Di Stefano (considerati prestanome dell'impresa olivicola "Fontane d'oro", una delle più importanti nel territorio di Campobello di Mazara), Antonino Lo Sciuto, Nicolò Polizzi e Girolamo Cangialosi.

I provvedimenti di sequestro - disposti dalle Sezioni misure di prevenzione dei Tribunali di Palermo e di Trapani, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano - giungono al termine di indagini economico-patrimoniali svolte congiuntamente dai finanzieri del Gico di Palermo e dello Scico, e dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani che hanno permesso di ricostruire le infiltrazioni di Cosa Nostra e dei suoi leader storici negli affari di diverse società ed attività agricole e commerciali dislocate in diverse province della Sicilia e del Sud Italia.

I numeri del sequestro, elencati uno dietro l'altro, fanno capire quanto radicata sia l'infiltrazione mafiosa nell'economia: 3 società, 7 quote societarie e 4 ditte individuali, 12 autovetture, 4 veicoli industriali, 1 motociclo, 13 autocarri, 3 semirimorchi, 1 fabbricato industriale, 1 immobile a destinazione commerciale, 8 immobili ad uso abitativo, 29 terreni, 4 fabbricati rurali, polizze assicurative, titoli azionari, rapporti bancari, depositi a risparmio. Il tutto per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro.


In particolare, riferiscono gli investigatori, l'indagine ha fatto luce sulle modalità di controllo delle attività economiche e produttive da parte dell'organizzazione capeggiata da Messina Denaro, attraverso la gestione occulta di società e imprese attive in diversi settori. Si tratta di un vero e proprio circuito imprenditoriale teso ad assicurare un completo controllo economico del territorio soprattutto nel settore dell'edilizia e del relativo indotto, mediante la gestione e la spartizione di importanti commesse.
Tra i beni sottoposti a sequestro ci sono tre società, sette quote societarie e quattro ditte individuali, dodici autovetture, quattro veicoli industriali, una moto, tredici autocarri, tre semirimorchi, un fabbricato industriale, un immobile a destinazione commerciale, otto immobili ad uso abitativo, 29 terreni, quattro fabbricati rurali, polizze assicurative, titoli azionari, rapporti bancari, depositi a risparmio.


LE INDAGINI. Le indagini dei carabinieri del Ros e della Guardia di Finanza, che hanno portato oggi al sequestro di beni per oltre 20 milioni di euro, hanno consentito di ricostruire - anche grazie a precedenti accertamenti svolti dalla Polizia di Stato - il circuito imprenditoriale del boss Matteo Messina Denaro, che attraverso suoi prestanome gestisce in modo occulto una vasta rete di società ed imprese. Tra i destinatari dei provvedimenti di sequestro spicca Giovanni Filardo (cugino di Messina Denaro), titolare di fatto di varie società edili, che a fronte di redditi esigui aveva importanti disponibilità risultate di provenienza illecita. Precedenti indagini della Polizia avevano poi già evidenziato il ruolo di Francesco Spezia, titolare fittizio - sempre secondo l'accusa - della "Spe.Fra Costruzioni srl". Altri nomi emersi dall'inchiesta quelli di Vincenzo Torino e Aldo Tonino Di Stefano, considerati prestanome della "Fontane d'oro Sas", impresa del settore olivicolo.
Già accertata, sottolineano sempre gli investigatori, la riconducibilità alla famiglia mafiosa del boss trapanese di diverse attività economiche controllate da Antonino Lo Sciuto, che avrebbe gestito, per conto dell'organizzazione, la realizzazione di importanti commesse pubbliche e private nell'area di Castelvetrano. Tra queste, le strade della zona industriale e le opere di completamento del cosiddetto "Polo tecnologico" di contrada Airone, ma anche i lavori per le piazzole e le sottostazioni elettriche del parco eolico "Vento Divino", nel comune di Mazara del Vallo, in seguito a un "accordo spartitorio" con quest'ultimo mandamento mafioso.
In questo contesto investigativo rientrano anche le indagini sul conto di Nicolò Polizzi, secondo l'accusa "uomo d'onore" della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che avrebbe avuto un ruolo di condizionamento delle commesse pubbliche e private in ambito locale. E' ritenuto punto di riferimento per la preparazione degli incontri fra Franco Luppino e i mafiosi palermitani. Luppino avrebbe ricoperto l'incarico di ambasciatore di Messina Denaro quando si discuteva di ricostituire la Commissione provinciale di Cosa nostra. C'era lui a bordo della macchina che stava raggiungendo la villetta di Giardinello dove i Lo Piccolo organizzavano i summit e dove furono arrestati. Alla preparazione dell'incontro avrebbe contribuito anche Cangialosi. Negli anni successivi e dopo l'arresto di Luppino, Polizzi sarebbe diventato il "referente nella gestione di alcune operazioni propedeutiche alla realizzazione del villaggio turistico della catena Valtur, in località Tre Fontane a Campobello di Mazara, ad opera della società Mediterraneo Villages di Carmelo Patti"



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