Marsala. Truffa auto di lusso. Battute finali del processo
E’ stato Giuseppe Arena, 66 anni, di Bagheria, padre dei due principali imputati, i fratelli Giovanni e Giorgio Arena, pregiudicati, l’ultimo teste ascoltato nel processo che davanti il Tribunale di Marsala (presidente del collegio: Sergio Gulotta) vede imputati i personaggi coinvolti nell’indagine dei carabinieri di Marsala che nel 2007 consentì di far luce su una serie di truffe, o presunte tali, che sarebbero state commesse nella compravendita di auto di grossa cilindrata sull’asse Italia-Germania. Con un giro d’affari valutato in oltre un milione di euro. A fine luglio 2007, furono arrestati i fratelli gemelli Giovanni e Giorgio Arena, originari di Palermo ma residenti a Marsala, dove gestivano “di fatto” la “Autoelite srl”. Obbligo di dimora, invece, per Pietro Giuseppe Centonze, sorvegliato speciale e cugino del capo mafia Natale Bonafede. Dell’organizzazione avrebbero fatto parte anche Elena Ventura, madre dei fratelli Arena, i marsalesi Domenico Crimi, Giuliano Balsamo, Gianvito Marino e Saverio Fici, tutti dipendenti dell’Autoelite. Imputati, per falso, anche quattro titolari di agenzie di pratiche automobilistiche: Concetta Pinto, Piero Genna, Girolamo Stassi e Patrik Basile. Quest’ultimo, noto per essere stato consigliere comunale, in una precedente udienza ha dichiarato: “Mai rilasciato un documento sostitutivo della carta di circolazione, ma un aggiornamento e per fare ciò non è necessario trattenere gli originali della carta di circolazione”. A Basile è stata contestata anche una falsa dichiarazione in merito a una richiesta di cancellazione di un veicolo. “Mi si è presentato – ha spiegato l’ex consigliere comunale - un uomo con targhe e documenti originali dell’auto e patente e ho fatto la cancellazione, credendo che fosse la persona che dichiarava di essere”. Adesso, Giuseppe Arena ha cercato di difendere i figli, ma anche la moglie, affermando che quest’ultima, pur se legale rappresentante dell’Autoelite, di fatto non si occupava affatto della gestione dell’autosalone, che nel 2006 operò per circa sei mesi. “L’Autoelite fu intestata a mia moglie – ha detto Arena senior – perché i miei due figli avevano dei precedenti penali. Io li ho aiutati nell’avviare quell’attività, che non ho gestito, ma che ogni settimana o ogni dieci giorni controllavo, per cercare di dar loro un lavoro legale. Ho solo questi due figli, come padre ho cercato di aiutarli. Quando, però, mi sono accorto che le cose non andavano bene, ho detto che bisognava chiudere l’attività. C’era tanta gente che ci doveva dei soldi che non abbiamo più visto. Per questo abbiamo fatto anche quattro querele”. Altre persone, però, gli ha fatto notare il presidente Sergio Gulotta, hanno denunciato loro. “Siamo qui per questo” ha ribattuto, con aria rassegnata, il teste. Nel corso del processo, uno degli investigatori, il maresciallo Pietro Fiorentino, ha spiegato: “Ogni auto veniva consegnata con i documenti che la autorizzavano a circolare per un mese, l’acquirente dava la caparra, ma i documenti originali spesso erano ancora in possesso del primo proprietario. All’Autoelite vendevano auto virtuali, ossia che non avevano in disponibilità, ma incassavano la caparra”. Alla prossima udienza, il 29 aprile, il pubblico ministero Anna Cecilia Sessa terrà la sua requisitoria. Poi, sarà il turno delle parti civili (avvocati Nino Buffa e Vincenzo Sammartano). La successiva udienza, terranno le loro arringhe gli avvocati difensori. Tra questi, Diego Tranchida, Francesca Lombardo e Luigi Pipitone.
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