Immigrazione. Una storia di 'normale' integrazione a Marsala. "Diversità è equilibrio"
Abbiamo bisogno di normalità. Abbiamo bisogno di storie non eccezionali, di storie di lavoro, di terra, di normale convivenza. Ne abbiamo bisogno per andare avanti difronte a tutto quello che sta succedendo nel Mediterraneo. Tramortiti dalle centinaia, migliaia di morti, di disperati che scappano da guerre, persecuzioni religiose e politiche, fame, miseria. Da un’emergenza immigrazione che non si riesce ad affrontare, che in molti non riescono più a chiamarla emergenza. Abbiamo bisogno di guardarli negli occhi, di vedere le persone. Andare avanti, con i profughi. Mentre è sempre più tragico il conto degli sbarchi, di quanti ne arrivano, di quanti ne muoiono, soprattutto, nel Canale di Sicilia. Di quanti posti occorrono nei centri di accoglienza, di quanto costano.
E poi? Poi, mentre continuano a rimpallarsi le responsabilità, ad aumentare le vittime, restano le persone. I vivi, come Mohamed, che oltre 20 anni fa è arrivato in Sicilia a bordo di un barcone e che adesso coltiva arance e fragole a Marsala.
C’è un’azienda a Marsala che coltiva prodotti biologici. Fragole, meloni, zucche, arance, limoni. Tutto biologico e biodiverso. Nello stesso appezzamento si possono trovare le fragole, e poco più in là gli agrumeti. “E’ la diversità che ci dà equilibrio, in quello che facciamo, nell’agricoltura”.
In questa azienda ci lavorano 15 operai, immigrati, alcuni di loro hanno attraversato, ormai 20 anni fa il Mediterraneo a bordo delle carrette del mare. Oggi hanno una qualifica, hanno una famiglia. “E’ una cosa normale per noi- ci dice Filippo Licari, titolare dell’azienda - ci sono tante aziende siciliane, soprattutto nella coltivazione degli agrumi, in cui lavorano immigrati. Hanno delle qualità, delle conoscenze che gli italiani non hanno a volte, hanno una spiccata cultura del lavoro. Riescono a fare alcuni lavori in maniera più precisa, perchè hanno amore per la terra. Mentre molti italiani si dedicano all’agricoltura perchè non sono riusciti in altri mestieri. La coltivazione della frutta è antica e difficile, loro hanno una conoscenza incredibile dei frutti”. Gli immigrati impiegati nell’agricoltura, in Sicilia, portano spesso a storie di sfruttamento, di lavoro sottopagato. Quando la schiavitù non finisce una volta approdati in Sicilia, dopo le sevizie degli scafisti. Moahmed, algerino, è arrivato a bordo di una carretta del mare 22 anni fa in Sicilia. Non aveva niente. Non aveva speranze, soldi, scarpe. Niente. Lavora a Marsala, ha una famiglia, ed è uno dei pilastri dell’azienda di Licari. “Il contributo che danno gli immigrati non è di quantità, ma di qualità. Il coltivatore, da sempre, è molto conservatore, non vede di buon occhio il ‘diverso’. Ma le cose sono cambiate, si è capito che l’integrazione è qualità. Che la ‘diversità’ è equilibrio, non solo nell’ecologia, ma anche nella società. Che alla fine si calpesta e si coltiva tutti la stessa terra”. Dice Licari, che non vuole che si etichetti la storia della sua, e di altre aziende siciliane, che testimoniano integrazione, come una cosa eccezionale. E’ una storia normale.
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