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04/01/2018 06:00:00

Mafia e massoneria, il caso Castelvetrano

Lo scioglimento del comune di Castelvetrano ha certificato l’infiltrazione della mafia anche nella cosa pubblica della città che purtroppo non si è limitata soltanto a “dare i natali”, come si dice spesso, al latitante Matteo Messina Denaro.

Il superboss, infatti, amministra Cosa nostra in provincia di Trapani attraverso parenti stretti ed amici fidati del luogo che gli permettono di evitare la continua presenza nel territorio.

Da più di vent’anni, a fronte di una larga parte di cittadinanza distante mille miglia dalle dinamiche mafiose dei Messina Denaro, il consenso di un’altra parte della società civile viene ancora mantenuto.

La relazione della Commissione parlamentare antimafia nazionale sulle infiltrazioni della mafia nella massoneria, sottolinea anche che l’imprenditoria locale “non è vessata dall’imposizione del pizzo, ma riceve l’aiuto economico ed il sostegno mafioso, offrendo in cambio, sinallagmaticamente, la titolarità di quote nelle imprese”. Da qui, il rapporto indiretto con la pubblica amministrazione, la cui contrattazione con le società private “di fatto, finisce talvolta per avvantaggiare e rafforzare l’associazione mafiosa”.

 

In quest’ultimo periodo, si è avuta l’impressione che una buona parte di cittadini castelvetranesi non abbia avuto in simpatia la collaborazione del pentito Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito del capomafia, deceduto nel gennaio dell’anno scorso a causa di una grave malattia. Impressione rafforzata dalla profanazione della sua tomba, avvenuta nel maggio successivo.

Non hanno aiutato le dichiarazioni di Maurizio Abate, uno dei candidati a sindaco per le amministrative della città stoppate dal commissariamento. La Commissione ha definito “agghiaccianti” le sue posizioni dove nega l’esistenza della mafia ed inveisce contro il figlio di Cimarosa invitandolo a prendere le distanze dal padre.

Non ha aiutato il caso Giambalvo, consigliere fan dei Messina Denaro, che ha costretto alle dimissioni il consiglio comunale dopo il rocambolesco intervento di Filippo Roma de “Le Iene”.

 

L’attenzione alla città di Castelvetrano, oltre che per il boss latitante, è scaturita dall’alto numero di logge registrate.  Al quale si aggiungono i massoni castelvetranesi inscritti a logge di altre città.

Quando nel giugno del 2016, parlammo degli intrecci della massoneria in città, ci furono varie reazioni, più o meno piccate. 

Curiosa quella dell’allora sindaco Felice Errante che, da una trasmissione radio di RCV, dichiarò che i nomi degli iscritti alla massoneria erano addirittura sempre stati pubblici, presenti sul sito del Ministero. Cosa, ovviamente, non vera. Più interessante invece, sempre nella stessa trasmissione, un altro passaggio dell’ex sindaco, che riportiamo: “Probabilmente, alcune logge massoniche… alcuni aderenti, non inseriti in elenchi, possono essere più pericolosi di quelli che invece sono inseriti negli elenchi pubblicati qualche giorno fa. Anche se questi soggetti (quelli non in elenco, ndr) avessero la capacità di infiltrarsi al punto da condizionare le istituzioni - aveva aggiunto - a Castelvetrano, col sindaco Errante non è possibile che questo possa mai verificarsi”.

 

In effetti, le obbedienze oggetto di attenzione della Commissione, come scritto nella relazione, “non esauriscono il panorama complessivo di tutte le massonerie presenti nel Paese, formato da una galassia dai contorni indefiniti di numerose associazioni che si definiscono  massoniche (sarebbero almeno 198 secondo un censimento citato in audizione dal gran maestro della Gran Loggia d’Italia Antonio Binni)”.

Una verità che, onestamente, l’ex sindaco di Castelvetrano Errante aveva già in qualche modo intuito, mesi prima dell’audizione di Binni avvenuta a fine gennaio del 2017.

 

Ma la commissione parlamentare presieduta da Rosy Bindi, non ha preso in considerazione soltanto la consiliatura Errante. L’attenzione ha riguardato anche il periodo in cui il sindaco era Gianni Pompeo, nel suo secondo mandato dal 2007 al 2012.

In quel periodo, 8 consiglieri su 30 appartenevano, o avevano chiesto di entrare nel Grande Oriente d’Italia e nella Gran Loggia Regolare d’Italia. Nella prima giunta, insediata il 28 giugno del 2007, secondo la Commissione, c’era un massone della Glri e forse un altro della stessa loggia, poi depennato nel 2009. Il “forse” è d’obbligo, visto che nell’elenco al nominativo non è associato né il luogo né la data di nascita.

Anche nella nuova giunta del marzo 2009, secondo quanto emerge dalla relazione, c’è un’iscritta  in una loggia di Ragusa della Gli. Infine, un iscritto della Glri ed un altro del Goi sono presenti anche nella giunta del 2011. Ed uno dei nuovi assessori dell’agosto 2011 è presente nei piè di lista di una loggia della Gli.

I numeri sono poi aumentati sensibilmente durante la consiliatura Errante.

Nel nuovo consiglio comunale del 2012, troviamo 11 iscritti: 5 a logge della Glri, 4 al Goi e 2 a logge della Gli. Nel 2015 poi, gli assessori massoni diventano 5 su 12 membri complessivi della giunta.

 

Insomma, negli ultimi 10 anni, tra consiglieri ed assessori, ci sarebbero stati secondo la Commissione “almeno 17 iscritti alle quattro obbedienze di cui si dispongono gli elenchi”.

Se si considera che  negli elenchi della Glri, ci sono altri 4 omonimi di consiglieri comunali, risultati depennati e quindi mancanti di informazioni su luogo e data di nascita, gli amministratori pubblici salirebbero a 21.

 

Ma è la questione del cosiddetto “segreto ordinamentale” quella su cui la Commissione ha fatto le principali riflessioni.

Si legge, nella relazione, che il segreto costituisce il perno di alcune obbedienze e viene riportata la formula della Gran Loggia d’Italia degli Alam – Obbedienza Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi: “Il primo dovere è un silenzio assoluto su tutto ciò che vedrete e saprete in seguito, su tutto ciò che potrete udire e scoprire tra noi”.

Si tratta in generale di divieti e limitazioni che a volte comportano delle restrizioni. Ed a questo proposito la Commissione ha ricordato il caso dei due assessori del Goi che, secondo quanto riferito dal gran maestro Stefano Bisi (e riportato nella relazione), “a differenza di altri politici locali, non avevano assunto una pubblica posizione contro Matteo Messina Denaro, perché spettava al gran maestro rilasciare dichiarazioni alla stampa, cosa del resto avvenuta poiché egli stesso aveva dichiarato che ‘avrebbe dato la sua vita’ per la cattura del latitante”.

 

Egidio Morici